Auto elettriche, cobalto e sfruttamento

La svolta green rischia di intensificare lo sfruttamento di lavoro minorile e risorse minerarie nella Repubblica Democratica del Congo. Noury (Amnesty): «I produttori che utilizzano materiali devono chiederne garanzia».

Il mercato delle automobili si appresta a vivere una fase di transizione finalizzata all’incremento esponenziale di produzione di auto elettriche, a discapito di quelle a combustione. Morgan Stanley, banca d’investimento statunitense, sostiene che la domanda di auto elettriche aumenterà di otto volte entro il 2026. La maggior parte del cobalto necessario proviene dalla Repubblica Democratica del Congo.

Il Paese centrafricano, nel quale la metà degli ottanta milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà, è straordinariamente ricco di materie prime. Attraverso l’esportazione diretta del materiale il governo di Kinshasa potrebbe provvedere al fabbisogno della propria popolazione, ma nel corso degli anni le multinazionali hanno lucrato sulla disperazione dei congolesi, favorendo lo sfruttamento del lavoro minorile e l’iniquità delle condizioni di lavoro per gli adulti. I minerali estratti vengono utilizzati per la produzione di prodotti tecnologici come gli smartphone e computer, oltre alle auto elettriche.

Amnesty International aveva analizzato l’operato della Huayou Cobalt, leader mondiale nel campo del cobalto, e di altre 28 aziende nel biennio 2016/17, evidenziando come nessuno dei 29 colossi avesse «assunto azioni adeguate per rispettare gli standard internazionali, nonostante sapessero che i rischi per i diritti umani e le relative violazioni sono intrinsecamente associate all’estrazione del cobalto nella Repubblica Democratica del Congo» (www.amnesty.it). Lo scorso 16 gennaio un gruppo di aziende ha annunciato un sistema di autoverifica della fornitura di cobalto per quanto riguarda le auto elettriche: in testa c’è la statunitense Ford, ma la vera notizia è la presenza della Huayou Cobalt.

Riccardo Noury
Riccardo Noury

Abbiamo intervistato sull’argomento Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Cos’è cambiato nella filiera produttiva e nella Repubblica Democratica del Congo da quando avete pubblicato il rapporto Time to Recharge?
«La nostra impressione è che sul terreno le cose non siano cambiate. Lo sfruttamento del lavoro minorile rimane intenso e le responsabilità di tutta la catena di montaggio che va dal luogo di estrazione fino al consumatore è rimasta uguale. Sono invece cambiate la percezione internazionale del problema e l’assunzione di responsabilità del precedente governo, che si è fatto carico di risolvere il problema entro il 2025».

E fino al 2025 cosa succederà?
«Non possiamo saperlo. C’è un’ammissione che per questi anni il problema non potrà essere risolto. Peraltro, non è solo il governo di Kinshasa che deve agire».

A questo proposito, cosa ne pensa della fattibilità del progetto introdotto da Ford in collaborazione con IBM, la sudcoreana LG Chem e la cinese Huayou Cobalt?
«Il progetto è fattibile, così come è accaduto per i diamanti. C’è stato un accordo internazionale volontario tra produttori e commercianti che dovrebbe certificarne la provenienza pulita. Il problema è riuscire a capire se questo impegno può essere monitorato da enti terzi. La debolezza è che si tratta di impegni volontari. In molti casi sembrano reazioni di natura “cosmetica” per porre un freno ai danni di reputazione. Al grossista cinese non importa molto, ma a imprese che utilizzano materiali che provengono dal distributore interessa di più. Sono marchi occidentali che possono essere monitorati. Il boom delle auto elettriche è un esempio. I consumatori si rendono conto della truffa: perché dietro la scelta “verde” c’è la truffa. Possiamo lavorare sulla parte semi-finale della catena: i produttori che utilizzano materiali devono chiedere la garanzia».

Intendete porre l’attenzione sui produttori come avete fatto con Time to Recharge?
«Noi potremmo fare quelli che attaccano il punto più debole, ovvero il paese in costante bancarotta e in crisi, ma la verità è che c’è questo sfruttamento continuo da parte delle multinazionali. Noi non chiediamo che venga posto un embargo su quel paese. Se ci sono milioni di prodotto nella RDC, non è obbligatorio che lo scavino i bambini, o che lo scavino lavoratori privi di diritti».

Utilizzare materiale estratto da altri Paesi potrebbe essere una soluzione?
«Dobbiamo cercare di avere un approccio poco colonialista. Pur di avere una reputazione immacolata andiamo a cercare le cose dove ci conviene. Ma abbiamo la responsabilità di migliorare le condizioni del Paese dove ci approvvigioniamo. Togliere una possibilità di sostentamento a un Paese genera sofferenza. Non dobbiamo cambiare il Paese, ma le cose che accadono in quel Paese, per ottenere risultati. C’è il tema dei mondiali del Qatar. Finché i mondiali restano lì dobbiamo lavorare per impedire lo sfruttamento del lavoro dei migranti, non basta impedire che costruiscano gli stadi se poi vengono sfruttati per realizzare i campi da golf. Sul tema dello sfruttamento si innestano polemiche che traviano del tutto il discorso: oggi c’è il falso problema della banconota Franco CFA, ma il problema è che la Cina ha comprato tutto in Africa, e non è coinvolta sul tema dei rifugiati e dei migranti se non nella sua regione».

Sul tema dello sfruttamento nella Repubblica Democratica del Congo aggiornerete i vostri dati?
«Aggiorneremo il nostro report. Nel 2019/20 ci saranno nuove ricerche. Stiamo sviluppando in prospettiva il programma “Global Issues”, in cui lavoreremo per una decina di anni sulle imprese almeno tanto quanto lavoriamo sui Paesi. Chiameremo in causa sempre di più le aziende in relazione ai diritti economici e sociali dei lavoratori».

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