Attualità della regola

Nella liquidità dominante di oggi ha senso parlare di una regola di vita? Quale ordine persiste? Risponde Maria Ignazia Angelini, autrice di “A regola d’arte. Appunti per cammino spirituale” (Città Nuova, 2017)

Nella cultura cui apparteniamo – e il riferimento preminente è a coloro che vivono la trasgressione, l’uscita dalle regole, come principale espressione di libertà individuale – “regola” è ormai una metafora morta? Visto che siamo in un’epoca segnata, dicono i sociologi, da una liquidità dominante (liquido è ciò che per eccellenza sfugge alla forma; ciò che, se assume forma, è solo provvisoriamente), ci domandiamo: parlare di regola è un fatto sorpassato, si tratta di un relitto nel generale logoramento dei simboli dell’antica paideia cristiana? È una domanda cruciale per un percorso come quello che ci proponiamo, per niente accademico ma piuttosto spirituale. E l’affrontiamo volgendoci alla sua radice: l’esistenza nella fede. La differenza sostanziale rispetto a espressioni, pur analoghe, in cui – attraverso le epoche e fino ad oggi – s’intende mettere ordine nella vita umana, imprimerle uno stile, sta proprio qui: la fede.

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Perciò, se guardiamo all’Inizio (che lascia impronta di sé in ogni concreta esistenza umana: si tratta di trovare lo sguardo che vede), scopriamo distintamente che alla vita nel suo passaggio dal caos al cosmo appartiene un ordine, fatto di separazioni e ingiunzioni –  «Sia la luce!», «Le acque si raccolgano!», «La terra produca!», «Siate fecondi!», «Vi do ogni erba»  – che portano traccia del tocco originario – gratuito dono di vita a ciò che è nulla e cura amorosa della sua fragilità informe.

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E la grazia dell’Inizio ha infinite rifrazioni nella vita: fino alla quotidianità, fino alla regola che ordina il ritmo dei giorni. Come l’etimo ci ha suggerito, la regola aiuta, ma non è fine a se stessa: è traccia e memoria grata.

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La vita umana infatti non è puro istinto vitale e non si alimenta come indeterminato slancio, affermazione di sé, volontà di potenza. La libertà, dentro un flusso di generazioni, ha breve respiro se non si esercita – nell’obbedienza – a trascendersi nell’amore.

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Siamo infatti in un cosmo e non in un caos. Anche se il caos persiste nel minacciare il cosmo. Ma oggi, in un tempo e in luoghi umani tutti segnati da “crisi”, quale ordine resiste, quale regola tiene? Consapevoli di muoverci nell’orizzonte e secondo la logica della fede, sappiamo bene che la risposta che diamo a questo interrogativo ci implica, ci chiama in causa. Abbozziamo tuttavia un per-corso di risposta: non è immediata.

Resiste e ci orienta quella regola che in noi e da noi si origina da un atteggiamento fondamentale di attenzione e di ascolto, dalla capacità di far memoria di eventi originari e di implicarsi in legami fondamentali. Di ricevere l’eredità di una generazione. E, nel far questo, di “restituirla” ad altri che verranno. Capacità di narrare il vissuto. Di consegnare agli altri il significato del vivere, attraverso la maturazione apportata dalla nostra libertà che si gioca.

Si tratta, dunque, di trovare l’unità di misura che ci permette di dare ordine alla vita. Per imparare a vivere – e a morire vivi. Cose che s’imparano? Occorre intendersi: non s’imparano come una tecnica di autopossesso, ma come arte di vivere, imparando dalle cose “patite”. Perché anche morire è una “passione”.

Gesù, sicuramente – lo vedremo più avanti –, ha inteso proporre una sua sfida in tal senso, un’unità di misura. Con il suo vivere e il suo narrare la vita, Gesù ha proposto un’arte di vivere. E il suo modo di attraversare la morte tendendo alla vita ci schiude il codice fondamentale per ogni regola di vita.

Da A REGOLA D’ARTE di Maria Ignazia Angelini (Città Nuova, 2017)

 

 

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