Attendi a quei due

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Qualche vignetta un po’ maligna non gliel’hanno risparmiata, come quella in prima pagina sul Corriere del 2 gennaio, dove figurava come un algido monsignore che bacia la mano al papa. In effetti, il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano è intervenuto per due giorni consecutivi sul tema dei rapporti con la Chiesa cattolica, e entrambe le volte in modo molto positivo e collaborativo: Su questi grandi temi – la pace, in Terra Santa innanzitutto, tra israeliani e palestinesi; il dialogo con altre civiltà e altre fedi, nella distinzione e nel reciproco rispetto; il ruolo dell’Europa – colgo una profonda sintonia con la Chiesa cattolica, con le sue espressioni di base, con le sue voci più alte: così il presidente della Repubblica nel suo discorso di fine d’anno. Ma altrettanto importante è ciò che Napolitano scrive il giorno dopo, in un messaggio a Benedetto XVI a commento del discorso che il papa aveva fatto per la Giornata mondiale della pace: Sono certo, Santità, che anche quest’anno il suo messaggio penetrerà le coscienze, contribuendo alla crescita ed alla diffusione nel mondo della cultura della pace, fondata su solidi valori etici, che costituisce il presupposto di un futuro migliore per tutti, innanzitutto per le giovani generazioni. Napolitano – questa è stata a volte la sua disgrazia – anche nel vecchio Pci era riuscito a crearsi delle antipatie proprio perché intelligente e bene educato, con la sua flemma capace di far uscire dai gangheri il militante comunista ruspante. Ma questa volta, come altre, non si tratta di formule di cortesia, né di dichiarazioni di circostanza, ma di affermazioni che esprimono una strutturazione molto solida del dialogo e della collaborazione tra Stato e Chiesa. Alla quale corrisponde un analoga visione da parte del papa. Esiste insomma un pensiero condiviso – tra il papa e il presidente – che vale la pena di comprendere nelle sue articolazioni, perché la sintonia tra i due spicca come un merlo sulla neve, in un periodo, com’è questo, di dibattiti aspri e di posizioni, specie sui temi più controversi della bioetica e della famiglia, apparentemente inconciliabili. Ebbene, l’incontro tra Giorgio Napolitano e Benedetto XVI avviene proprio sul terreno specifico della ragione laica, rettamente intesa, che crea uno spazio comune senza eliminare le identità. Per rendersene conto basta leggere con attenzione ciò che i due si sono detti – e ci hanno detto – in occasione del loro primo incontro, la visita ufficiale del presidente in Vaticano, il 20 novembre scorso. Il papa pone all’inizio del proprio discorso una importante affermazione: in forza del Concordato Lateranense, la Repubblica italiana offre a diversi livelli e con diverse modalità un prezioso e diuturno contributo allo svolgimento della mia missione di pastore della Chiesa universale; il papa sottolinea cioè che la Repubblica non si limita a tutelare genericamente la libertà religiosa dei cittadini, ma riconosce la missione specifica che la Chiesa cattolica compie e vi contribuisce attraverso una fattiva collaborazione a vantaggio del ministero petrino e dell’opera della Santa Sede. E richiama, il papa, il testo della Gaudium et spes, dove il documento del Concilio Vaticano II sottolinea sia l’autonomia della comunità politica e della Chiesa l’una dall’altra, che spiega il modo diverso con il quale esse svolgono il loro servizio, sia l’opportunità della loro collaborazione, perché quel servizio è rivolto alla vocazione personale e sociale delle stesse persone umane. E mette questo testo in relazione con i corrispondenti passi della Costituzione italiana, del Concordato e del successivo Accordo del 1984. Il riferimento alla Costituzione è essenziale, perché spiega il rispetto che la Chiesa porta all’autonomia dello stato e della dimensione civile: I fedeli laici – sostiene Benedetto XVI – non agiscono per un loro interesse peculiare o in nome di princìpi percepibili unicamente da chi professa un determinato credo religioso: lo fanno, invece, nel contesto e secondo le regole della convivenza democratica, per il bene di tutta la società e in nome di valori che ogni persona di retto sentire può condividere. Ne è prova il fatto che la gran parte dei valori, che ho menzionato, sono proclamati dalla Costituzione italiana, che quasi sessant’anni or sono venne elaborata da uomini di diverse posizioni ideali. Con la stessa logica della distinzione e del rispetto usata dal papa, il presidente Napolitano può allora riaffermare la collaborazione tra Stato e Chiesa e perfino una comune missione educativa là dove sia ferito e lacerato il tessuto della coesione sociale, il senso delle istituzioni e della legalità, il costume civico, l’ordine morale. Conosciamo e apprezziamo, più in generale, come ho avuto modo di dire nel mio primo Messaggio al Parlamento, la dimensione sociale e pubblica del fatto religioso. Come si vede, la via italiana ai rapporti con le religioni è in effetti, per molti aspetti, profondamente diversa da quella intrapresa da altri stati; da quella francese, ad esempio, che Catherine Kintzler sintetizza molto bene: Non resta che una sola possibilità per far sì che una credenza non sia né oggetto né motivo di persecuzione: è che ci sia una legislazione civile sovrana, e che questa sia in una condizione di indifferenza assoluta in materia. L’indifferenza si traduce giuridicamente attraverso il silenzio della legge: è in questo senso che si tratta di un dominio privato. E conclude la trattazione spiegando che la scuola pubblica deve spiegare perché infine questa astensione, fondata su una regola di morale razionale, suppone l’esistenza di un’etica pensabile indipendentemente dal fatto religioso. In questo senso, la laicità non può essere confusa con una semplice riserva: il concetto di laicità suppone l’esercizio filosofico della ragione. Come rispondere a Catherine Kintzler? È vero che l’uomo è capace di distinguere il bene dal male in virtù della propria natura e indipendentemente da una fede personale; è vero, cioè, che si può vivere moralmente anche senza avere una fede religiosa. Ma appare un errore ritenere che tutto ciò si sia prodotto indipendentemente dal fatto religioso , perché proprio il cristianesimo ha immesso nella cultura umana elementi di giudizio dei quali anche la ragione del non credente si serve, e vanno a contribuire alla sua coscienza morale. Fare come se le religioni non ci fossero è impossibile; cercare di imporre la loro non esistenza significa falsificare la storia. D’altra parte, la storia ci racconta anche che lo Stato moderno ha dovuto de-sacralizzarsi, cioè fare un passo indietro rispetto alle religioni, proprio per riuscire ad assicurare la tolleranza e la libertà religiosa: tra il Cinquecento e il Seicento infatti, l’Europa fu squassata da guerre fra le più sanguinose mai viste, proprio perché guerre di religione, combattute in nome di Dio e della Verità: dunque, senza mediazioni o compromessi accettabili. Per assicurare la pace, lo stato moderno ha dovuto separarsi dalle diverse denominazioni cristiane, aiutando così il cristianesimo a trarre da sé stesso gli elementi più autentici e più proficui. La via francese, dunque, è tutt’altro che immotivata. Diciamo, per concludere su questo punto, che il quadro giuridico della democrazia pluralista (costruito, storicamente, facendo uso spesso di ragioni cristiane e, paradossalmente, dovendo a volte lottare contro certe pretese delle chiese) crea quella distanza dalle religioni che conferisce loro libertà e permette allo stato di riceverne i contributi migliori. Ma un altro aspetto è rilevante. Nella concezione del repubblicanesimo francese, che si connette direttamente all’illuminismo, il più delle volte la ragione che fonda la morale e la vita istituzionale democratica viene presentata come molto lontana, se non decisamente estranea, al cristianesimo. E questo è un falso storico. Da tale punto di vista, molto più fondata è la posizione di Gian Enrico Rusconi; prendendo posizione nell’attuale dibattito sulla laicità, egli descrive la razionalità della democrazia, che si esprime nell’autonomia dei principi e dei criteri costituzionali, i quali consentono una piena partecipazione a tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro opzioni di fede, e conclude: Il cristianesimo appartiene alle genealogia della ragione secolare e laica. Certamente è un fatto storico che la cultura cristiana sia stata fra le matrici di importanti componenti della democrazia. E ammettere, come fa Rusconi, che il cristianesimo appartenga alla genealogia della modernità, è importante; ma non deve significare che il contributo cristiano sia solo un fatto del passato: la forza generante che si è espressa lungo la storia continua ad agire anche oggi. Le Chiese e i diversi soggetti ecclesiali non possono agire come soggetti politici; e neppure dovrebbero volerlo: se il loro cristianesimo è veramente cosciente di se stesso, il non agire, da parte della chiesa (o di un soggetto ecclesiale), nel ruolo che è di Cesare, non è una limitazione, ma una garanzia. In tal modo, la chiesa rimane matrice attiva e critica di democrazia; attiva perché continua a generare elementi (quali, appunto, la razionalità, come Rusconi ammette, almeno per il passato) di cui la democrazia ha bisogno; critica perché la dimensione religiosa eccede il quadro storico, non si lascia mai ridurre solo a ciò che è già dato, non è mai solo un prodotto o un risultato del gioco delle forze, non è mai interamente determinata dalla situazione, ma possiede le risorse per innalzarsi sempre al di sopra di questa: in tal modo, mantiene in vita una coscienza costitutivamente critica. È evidente a questo punto che, a differenza di quanto sostengono alcuni laicisti radicali – o, alla francese, repubblicani rigorosi (cioè, in pratica, giansenisti senza Bibbia, ma non diteglielo altrimenti si arrabbiano) – le religioni non possono essere ridotte a mero fatto privato; intanto perché, come abbiamo visto, contribuiscono storicamente alla formazione delle culture e delle identità anche collettive; ma soprattutto perché, nel vivo della società contemporanea, hanno una presenza attiva e organizzata che concorre alla formazione dell’opinione pubblica e, dunque, svolgono un ruolo culturale importante; e, ancora, agiscono socialmente, sia in quanto organizzazioni religiose, sia attraverso l’opera di una miriade di singole persone motivate religiosamente. Ed è proprio ciò che il presidente Napoletano riconosce nell’incontro con Benedetto XVI, parlando del ruolo di una Europa unita, impegnata per la pace e la giustizia, che si riconosce in grandi valori condivisi, che riflettono il ruolo storico e la sempre viva lezione ideale del Cristianesimo. Tutto ciò non si traduce in una cristianizzazione dello Stato, al contrario; proprio la difesa della laicità dello stato, infatti, porta a riconoscere i contributi ideali e morali – plurali, non solo cristiani – che esso non può originare, ma solo ricevere dal suo esterno. Ecco allora che Napolitano, proprio dopo avere sottolineato l’autonomia della politica nella sua sfera, avverte come esigenza pressante ed essenziale il richiamo a quel fondamento etico della politica, che fa tutt’uno col patrimonio della civiltà occidentale e si colloca tra gli autentici valori della cultura del nostro tempo. Mai dovrebbe la politica spogliarsi della sua componente ideale e spirituale, della parte etica e umanamente rispettabile della sua natura. Autonomia della politica, per il presidente, non significa che essa si fonda da sola: se così fosse essa si collocherebbe al di sopra delle altre forme della socialità umana e si imporrebbe alle persone come un fine, e non come un mezzo per compiere il bene sociale; significa, invece, riconoscere il limite del proprio esercizio e delle proprie competenze, e farsi capaci di ricevere dalla società le risorse culturali e morali di cui l’istituzione pubblica ha bisogno. Ma insomma, potrebbero sbottare i pochi lettori arrivati alla fine di questo articolo: possibile che dietro due semplici discorsetti ci fosse tutto questo ambaradam di ragionamenti? Eh sì, è proprio possibile: basta andarsi a vedere quello che Ratzinger e Napolitano hanno scritto prima di diventare il papa e il presidente. Teniamoli d’occhio, quei due.

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