America Latina contro il Venezuela

Questa settimana 13 Paesi della regione hanno dichiarato che non riconosco la Costituente venezuelana. Per altri si tratta invece di una ingerenza in affari interni. Si corre il rischio di valutare la situazione a seconda della posizione ideologica
Maduro

Una settimana chiave quella che si è appena conclusa, durante la quale gran parte dei governi dell’America Latina hanno preso nuovamente posizione in merito alla situazione in Venezuela.

Martedí scorso, 13 ministri degli esteri del continente, riuniti a Lima, in Perù, hanno condannato il governo del presidente Nicolás Maduro e hanno dichiarato che non riconosceranno l’attuale Assemblea Nazionale Costituente, eletta lo scorso 31 luglio. Tra i firmatari del documento congiunto figurano Messico, Canadá, Brasile, Colombia, Perù, Argentina, Costa Rica, Paraguay, Panama, Cile, Guatemala, Honduras, Giamaica. Sebbene rappresentati nel corso della riunione, gli Stati Uniti hanno preferito non firmare il documento e nemmeno lo ha fatto l’Uruguay, insieme a Santa Lucia e Granada.

Le ragioni sono diverse. Gli Stati Uniti, coscienti delle reazioni spesso negative che suscitano nella regione, hanno preferito evitare la firma per evitare sospetti da parte dei suoi detrattori e continuare con la propria politica unilaterale di sanzioni contro esponenti del regime venezuelano.

Meno trasparente la posizione del governo di sinistra dell’Uruguay, che ha votato in seno al Mercosur l’espulsione a tempo indeterminado del Venezuela dal blocco. In dichiarazioni alla stampa, il presidente uruguayano Tabaré Vázquez ha ammesso di aver preso la decisione per timore di rappresaglie economiche da parte dei suoi soci, soprattutto Brasile e Argentina.

All’interno della coalizione di centrosinistra che governa l’Uruguay dal 2005, ci sono posizioni a favore del chavismo che hanno criticato il voto uruguayano in seno del Mercosur. Lo stesso avviene anche in Argentina, Brasile, Cile.

La sinistra in America Latina fa fatica a prendere le distanze da una rottura dell’ordine democratico se questa avviene in Paesi ideologicamente affini. Caracas riceve infatti l’appoggio di Bolivia, Ecuador, Nicaragua, El Salvador, Cuba e vari altri stati dei Caraibi, in realtá dipendenti dalle forniture di petrolio venezuelano. Questi Paesi sostengono che siamo di fronte ad ingerenze in questioni di politica interna e anche a intenzioni “imperialiste”.

Il sospetto nasce dal fatto che spesso gli oppositori di questi governi, come nel caso del Venezuela, appartengono a settori di destra, spesso una destra per niente democratica, e di settori vicini ai poteri economici e finanziari che spesso hanno goduto di privilegi in contrasto con l’idea di libero mercato e la realtà sociale del proprio Paese. Per una ragione simile, viene criticata la posizione di buona parte dei governi americani, accusati di neoliberismo.

Ci sarebbe più di una sfumatura che mitiga questo giudizio, in più di un caso non lontana dal vero. Ma il problema di fondo non é il loro otientamento politico, quanto ció che sta avvenendo in Venezuela, dove il potere è in mano a una Costituente eletta dal 41% degli elettori, il legittimo organo legislativo, con maggioranza dell’opposizione, è stato neutralizzato da un invadente podere giudiziario, si sta cercando di impedire agli oppositori di iscriversi alle prossime elezioni locali, ci sono prigionieri politici, mentre all’interno stesso del “chavismo”, appaiono sempre piú voci critiche, come quella del procuratore generale, Luisa Ortega Díaz, destituita perché scomoda.

Se in Brasile il governo del presidente Michel Temer è accusato dalla sinistra latinoamericana di essere golpista, anche se finora ha rispettato – almeno formalmente –, la costituzione, cosa dovrà mai accadere in Venezuela perchè sia definita da tutti come rottura dell’ordine democratico?

Maduro sta organizzando un’altra fuga in avanti, cercando forse di prender tempo. Sta invitando al dialogo i Paesi che non riconoscono la Costituente, ma questo avverrebbe ad ottobre, durante il prossimo summit della Comunitá del Paesi Latinoamericani e dei Caraibi (Celac). In realtá era ancora in atto una mediazione, richiesta proprio da Maduro per arrivare a un dialogo interno tra governo e opposizione, che oggi appare neutralizzata dai fatti.

Affidata a tre ex capi di stato e di governo, tra cui lo spagnolo José Luis Zapatero, ed alla Santa Sede, ha trovato nella polarizzazione esistente nel Paese il suo maggiore avversario. Da una parte, Maduro gioca a guadagnare tempo, dall’altra un’opposizione divisa; in entrambi i casi la ferrea convinzione delle parti di trovarsi di fronte al male assoluto.

I circa 120 morti di questi mesi di scontri tra le parti dicono con chiarezza i rischi di polarizzazioni di questo tipo.

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