Al capezzale del bambino

Inizio a scrivere questo articolo sull’eutanasia dopo essere passato dall’edicola senza riuscire a comprare il quotidiano. I titoli sulla strage di Beslan mi hanno così raggelato che istintivamente sono andato via, senza cercare di conoscere di più. Sono un pediatra e il mio lavoro è curare i bambini: non posso pensare a questi morti. È un lavoro speciale quello del pediatra: ha il privilegio di poter apprendere dai tanti occhi dei bambini che incontra: occhi che raccontano spesso di paure o di sofferenze, ma anche di fiducia e, sempre, di capacità di rispondere con schiettezza e totalitarietà all’amore con l’amore. Ho visto bambini morire. Intorno ad un bambino che muore vi è un dolore infinito. Vicino al lettino del bimbo consumato da un male incurabile si respira, (se si riesce a respirare perché anche in ciò sembra di soffrire) una dimensione diversa della vita: un amore immenso è il rovescio di quell’immenso dolore. Non una ma mille volte il genitore scambierebbe la sua vita per quella del figlio. Ma può solo tenergli la mano, trafitta da aghi, e piangere lacrime senza fine. Hai la certezza che il tempo si fermi e vivi in un attimo tutto il dolore e l’amore del mondo. La morte violenta di un bambino, che gli toglie pure l’ultimo bacio, è anche per questo un crimine senza pari. Ma ho visto anche morire anziani lasciati per mesi quasi sempre da soli, che urlavano con il loro silenzio e le piaghe l’abbandono del mondo. Con questo animo, turbato ancora più dalla inaccettabile strage dei bambini russi, parliamo di una recente decisione olandese che permette l’eutanasia sui bambini di età inferiore ai 12 anni, decisione che lascia costernati. Andiamo ai fatti. In Olanda è passata, con lo scopo dichiarato di porre fine a sofferenze insopportabili , una legge che estende di fatto ai bambini la pratica eutanasica che già era lecita sull’adulto. Ciò si verifica in un contesto ove, per ammissione di studi ufficiali, l’eutanasia sugli adulti viene praticata anche per casi trattabili, come i pazienti depressi, e dove viene eseguita non raramente con procedure illegali ma tollerate anche su pazienti non consenzienti. Il presidente della Federazione internazionale dei medici cattolici, dott. Gian Luigi Gigli commenta: Ancora una volta si propone una soluzione di morte per situazioni che potrebbero essere affrontate sul piano clinico grazie allo sviluppo delle moderne cure palliative. Essa solleva il sospetto di un interesse finanziario delle pubbliche autorità, visto che sottrae alle strutture sanitarie il carico di un’assistenza costosa. Viene aperta la porta, su scala nazionale, all’uccisione pietosa di altre persone mentalmente incapaci, da poter eliminare senza il loro consenso per ragioni fondate su un apprezzamento esterno di mancanza di valore per la loro qualità di vita. Sconcerto e costernazione sono espressi anche dalla Federazione italiana dei medici pediatri secondo i quali l’eutanasia al bambino è l’affermarsi di un diritto alla vita condizionato, come lo fu nei campi di sterminio e lo è oggi dinanzi alla pena di morte o alla guerra. Chi può determinare tale prassi? Il minore stesso, quando continua a non esserlo per altre minori forme di impegno? L’autorizzazione o la partecipazione del pediatra a tale atto vede radicalmente e profondamente snaturata l’essenza stessa della professione, che trova la sua unica ragion d’essere nel servizio alla vita e alla salute del bambino. Questa dell’Olanda è decisione che maschera l’incapacità a sostenere l’idea della sofferenza, nonché di accompagnare nel modo più empatico, forte, affettivo, il bambino che si avvia verso la fine della sua esistenza: la soluzione alla sofferenza del bambino non può essere trovata nell’abbattere il piccolo paziente, quasi fosse un cavallo irrimediabilmente azzoppato. La sofferenza può essere oggi combattuta dallo sviluppo della terapia del dolore. La terapia farmacologica e l’adozione di moderne tecniche strumentali sono armi importanti della medicina palliativa, ma allo stesso modo appare essenziale il puntare alla relazione interpersonale e alla valorizzazione delle risorse dell’individuo e dei familiari. Il desiderio dell’adulto gravato da sofferenze di ricorrere all’eutanasia risente in maniera determinante della sostanziale emarginazione, del senso della propria non utilità, di sentirsi drammaticamente solo, della incapacità-impossibilità a chiudere con un gesto d’amore i conti della propria vita terrena. Racconta Archibald Cochrane, uno dei padri della medicina moderna: C’era la guerra e i feriti giungevano a decine. Tra questi ve ne era uno gravissimo, per il quale non c’era nulla da fare. Gli avevo dato tutta la morfina che potevo, ma continuava ad urlare, in un modo lancinante, non sapevo cosa fare. Allora l’ho abbracciato: solo allora si è tranquillizzato e dopo qualche tempo è morto tra le mie braccia. Ho capito che le sue grida non erano per il dolore fisico che provava ma per lo strazio di essere solo e lontano da tutti coloro che lo amavano: io ero stato per lui la medicina. Da quel momento sono stato un medico diverso. Esperienze di assistenza integrata, in cui si punta all’umanizzazione delle cure anche quando non c’è più niente da fare, stanno fiorendo in tutto il mondo e in varie occasioni ne abbiamo parlato su questa rivista (cercare sul sito web di Città nuova alla parola chiave eutanasia). In particolare, tra le molte meritevoli, citiamo un’esperienza di assistenza domiciliare al bambino grave o terminale, realizzata dal 2000 all’ Ospedale Gaslini di Genova, che ha dimostrato come sia possibile conciliare l’umanizzazione dell’assistenza con un risparmio anche di risorse economiche. L’eutanasia è una falsa pietà quando è applicata all’adulto e con evidenza la maschera cade con i bambini. È una strada breve, che fino ad ora in Europa solo il nazismo aveva scelto quando, per mano di Viktor Brack, realizzava il programma per l’eutanasia infantile e degli adulti affetti da malattie mentali incurabili. Viene in mente l’immagine di Madre Teresa, icona della vera pietà nei tempi moderni che per tutta la vita ha raccolto i moribondi, abbandonati da tutti, per dare loro una morte accompagnata dall’amore, gridando al mondo che Dio c’è ed è Amore. In questa abbraccio vi è la fiducia nell’umanità anche quando avvengono atti terribili come quelli cui stiamo assistendo. Da ciò la forza nel continuare a donare il sorriso al bambino che oggi curerò, casomai affetto da un semplice raffreddore, per contribuire a costruire pietra su pietra un mondo e un’umanità in cui l’amore venga sempre più riscoperto come la medicina che veramente risana.

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