Addio Chick Corea, maestro del jazz senza tempo

Ci ha lasciato a 79 anni, stroncato da un cancro, uno dei più grandi pianisti del jazz moderno. Lo statunitense (di origini catanzaresi) Chick Corea nel ’68 aveva sostituito Herbie Hancock nella band di Miles Davis per poi avviarsi su un luminoso percorso solista.

Le perenni mutazioni che il jazz ha vissuto nella sua storia più che secolare sono sempre state guidate dalle intuizioni e dai guizzi creativi di singoli maestri: caposcuola le cui creazioni hanno sempre saputo trascendere il loro tempo. E tra questi va certamente incluso anche Armando Anthony “Chick” Corea, nativo di Chelsea, Massachusetts, giustamente considerato tra i padri fondatori della fusion, pianista e tastierista di straordinaria personalità e talento.

Il mondo cominciò a conoscerlo nel ’66 quando pubblicò il suo primo album da solista. Da allora la sua carriera, iniziata qualche anno prima al servizio del grande trombettista Blue Mitchell, fu un susseguirsi di collaborazioni con i grandissimi del jazz e di straordinarie avventure da leader. Capolavori senza tempo a cominciare dalla partecipazione a In a silent way di Miles Davis, una delle pietre miliari del jazz moderno. È in quel crogiuolo straordinario che Chick cominciò a battere i sentieri dell’elettronica utilizzando vari tipi di sintetizzatori e soprattutto il piano elettrico Fender Rhodes che divenne, anche grazie a lui, uno degli strumenti essenziali del jazz più avanguardista, quello più aperto alle contaminazioni, sia con la musica latina che con il rock.

Nel ’71 era già più che maturo per guidare da leader una propria band; fondò così i Return To Forever con cui scritte altre pagine memorabili mentre la sua popolarità personale veniva via via certificata da sempre nuovi Grammy Award, gli Oscar della musica: alla fine saranno ben 23 (nessun altro musicista jazz arrivò mai a tanto) cui sono da aggiungersi ben 67 nomination.

«Non devi essere Picasso o Rembrandt per creare qualcosa. Il divertimento, la gioia di creare, va molto oltre qualsiasi altra cosa che abbia a che fare con la forma d’arte». Questa in estrema sintesi era la sua filosofia creativa ed esistenziale; una visione del mondo fortemente influenzata da Ron Hubbard e da Scientology che non gli impedì di rimanere una persona dai modi straordinariamente affabili e gentili. Questa fu l’impressione che ne ricavai, quando ebbi modo d’incontrarlo in un’intervista milanese di tanto tempo fa. All’epoca era già una superstar di fama planetaria con in curriculum collaborazioni con il gotha della scena jazz mondiale (da Keith Jarrett a Herbie Hancock, da Michael Brecker a Gary Burton, da Pat Metheny a Bobby Mc Ferrin) unitamente ad altri album memorabili come No Mystery, Now he sings, now he sobs, Concerto (inciso con la London Symphony Orchestra) il latineggiante The Enchantement,  fino a Trilogy e a alla sua ultima impresa, l’eclettico doppio album Plays, pubblicato l’anno scorso e inciso in solitudine col suo pianoforte col quale passava con suprema eleganza da Mozart a Thelonius Monk, da Stevie Wonder a composizioni autografe di mirabile bellezza.

«La mia missione è sempre stata quella di portare la gioia ovunque potessi, e averlo fatto con tutti gli artisti che ammiro così tanto è stata la ricchezza della mia vita», così si legge oggi sulla sua pagina Facebook: un epitaffio perfetto per un genio del jazz che continuerà a vivere nella sua musica.

 

 

 

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