Abbiamo una vita sola

Protagonisti di una rivoluzione evangelica all’insegna della radicalità. Giovani, bambini, ragazzi prendono il testimone di Chiara.
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"Coraggio, Dio si attende molto da voi! Vi chiede di far conoscere al mondo, assetato e triste, il suo immenso amore". E ancora: "Non abbiate mezze misure; fate opere tali da testimoniare a tutti che il mondo unito è possibile".

Non ha mai fatto sconti Chiara Lubich nel passare alle nuove generazioni il testimone del suo ideale di unità. E loro – i giovani, i bambini, i ragazzi – non hanno deluso la fiducia della fondatrice. Dimostrando, a fatti, che l’anima non ha età, come lei asseriva con convinzione. Piccoli evangelizzatori crescono Anna, cinque anni, sta andando col treno dalla zia. Nel suo scompartimento salgono tre ragazzi punk che raccontano cose squallide. La gente è infastidita, ma non osa reagire. Anna chiude gli occhi: "Che brutte parole, vero Gesù? Come faccio a farli tacere?". Il treno si ferma e sale una nonnina con tanti pacchi. Anna le cede il posto, poi tira fuori un libro e dice: "Io non so leggere. Mi leggete voi quello che sta scritto sotto le figurine?". E così fanno i ragazzi. "Hai visto, Gesù, come sono carini?", dice la piccola nel suo cuore.

A Natale, si sa, i gen 4, i bambini del movimento, portano fisicamente Gesù sulle strade, offrendo statuine di gesso preparate da loro stessi per ricordare a tutti chi è il vero festeggiato. "Scusi, signore, vuole portare a casa Gesù bambino? . E lei signora?". Quel gruppo di bambini cortesi ed insistenti allo stesso tempo davanti a un grande centro commerciale di Santiago del Cile non erano passati inosservati. Tant’è che qualche giorno dopo gli adulti che li accompagnavano erano stati contattati dal centro: "Vorremmo altre trenta statuine e vogliamo saperne di più su Chiara Lubich". L’incontro dà occasione ad una confidenza: "Il nostro compito è indurre le persone a spendere il più possibile, fino a indebitarsi", ammette quasi con vergogna uno dei responsabili; "ma, alla vista di quei ragazzini di neanche 7 anni siamo rimasti turbati fino a dover smontare i canoni di vendita e le convenzionali leggi di mercato". Quella statuetta e la meditazione di Chiara che invita a non sloggiare Gesù, producono una decisione: offrire il significato del vero senso del Natale a tutto il personale.

Controcorrente

"Non mettete freni al vostro amore per Gesù e pensatele tutte per farlo contento", aveva suggerito Chiara ad un gruppo di ragazzi del movimento. E la loro risposta era stata entusiasta, pur dovendosi confrontare con un’età, quella dell’adolescenza, piena di contraddizioni, seppure ricca di idealità. Ci hanno provato, tra gli altri, Alessio, prima riluttante a impegnarsi a favore di ragazzi disabili per paura di esser preso in giro dagli amici e poi felice di vivere quella frase del Vangelo che dice: "L’avete fatto a me"; Marina, che riesce ad uscire dal giro della droga e Aurelia che resiste, unica della classe, ad alcol, spinelli e altre droghe, fino a far smettere anche la migliore amica; Vincenzo che riesce ad evitare che a un amico venga regalato un gioco per la playstation vietato ai minori…

"Mia mamma è una ragazza madre e mio padre quando ha saputo della mia esistenza ci ha abbandonate -racconta Betta -. A 14 anni ho scritto una lettera a Chiara rivelandole che mi sentivo un errore, uno scocciante imprevisto nella vita della mia famiglia. La sua risposta è stata speciale, mi ha aiutato a stare più serena, conscia che l’amore di Dio è immenso". Ma la diagnosi di un tumore alla nonna, punto di riferimento della famiglia, le fa crollare il mondo addosso: "Un giorno ho scoperto una filosofia che si adattava al mio stato d’animo, l’emo. Ho incominciato a vestirmi sempre e solo di nero, a portare trucco pesante e ascoltare musica metal. Si allontana da Dio e dal Movimento, ma quel 14 marzo… Quando Chiara è partita per il Paradiso, mi sono ricordata di una promessa fatta con Paola, un’altra del gruppo: ‘Se Chiara parte, io e te ci precipitiamo a Roma per darle l’ultimo saluto… promesso’. Risultato? Un sms agli amici ritrovati: Dopo mesi e mesi di riflessioni, paure e buio RITORNOOO".

Piccole grandi rivoluzioni personali e impegno a colorare gli angoli grigi delle città. "Vuoi un aguapanela?", chiedono Patricia, Juan, Eric, Cecilia ed altri ancora. Sparsi a gruppetti per le strade di Medellín e a Tulúa, in Colombia, verso sera portano alle persone che vivono per la strada una bibita calda tipica della loro terra, l’aguapanela appunto, ed un panino. Storie forti, crude, quelle in cui si imbattono, riuscendo a costruire rapporti di amicizia anche coi più diseredati. Una sera Sebastián, dopo aver accompagnato un senzatetto in ospedale, è ancora in strada, quando di colpo, si trova davanti una persona che lo minaccia con un coltello e gli chiede soldi. "Non ho neanche uno spicciolo – gli spiega -, ma se vuoi ho una aguapanela calda". Il ladro lo guarda sorpreso e gli risponde: "Tu sei un aguapanelero! Non ti farò del male! Da voi ci sentiamo accolti, siamo parte di una famiglia. Ho molta fame e per questo volevo rubare. Ti prego perdonami".

Con le mani in pasta

L’età delle scelte, quella in cui si comincia ad affacciarsi al mondo del lavoro, ad un impegno sociale, civile, ci si imbatte nelle lacerazioni dell’uomo contemporaneo. Come rimanere fedeli ai propri ideali? Santa dell’Abruzzo studia anestesia e rianimazione. A contatto con persone che lottano tra la vita e la morte, quotidianamente s’imbatte in esperienze non banali. Una per tutte quella con la signora Claudia. Cosciente e ricoverata da tempo con una grave insufficienza respiratoria, un pomeriggio ha una crisi molto seria. "La mia tutor mi guarda – racconta -, sono pochi lunghissimi secondi in cui non sappiamo cosa sia giusto fare. Sarà accanimento terapeutico andare oltre? La difficoltà a respirare della signora Claudia è crescente, dico dentro me un’Ave Maria; decidiamo di alleviare prima di tutto le sue sofferenze, procediamo. Claudia pian piano migliora. La sera la vedo abbracciare le figlie e tutto dentro me acquista un senso. Non so se la prossima crisi sarà superabile, ma quel momento con la sua famiglia ha un sapore unico".

Antonio come militare partecipa a una missione di pace in Libano. Lavoro intenso e giornate impegnative alleviate da due libretti: il Vangelo e un volumetto di Chiara. "Il fatto che sulla divisa ho lo stemma delle Nazioni unite, mi dà gioia, la conferma che anche qui posso vivere per un mondo unito!", dice. Una volta al campo arriva per la medicazione una bambina che in precedenza si era ustionata su tutto il corpo. Piange disperata alla vista del medico che deve intervenire. "Stavo già pensando a cosa fare – ricorda Antonio -. Prendo allora una bambola di pezza e comincio a darle voce, con una vocina naturalmente un po’ ridicola per gli adulti. Tutti si girano a guardarmi per dire: ‘Ma stai buono’. Il fatto è che si gira pure la bimba e non piange più". E così si risolvono tante altre situazioni difficili, con un po’ di fantasia.

"Quando nel 2004 Chiara, ricevendo la cittadinanza onoraria di Milano, ci lanciò l’invito ad amare la nostra città, con alcuni giovani ci siamo chiesti quale poteva essere la nostra risposta. Così abbiamo pensato di dar vita ad un laboratorio multiculturale. L’abbiamo chiamato Baobab, come il grande albero africano, sotto le cui larghe fronde è facile ritrovarsi – racconta Anna -. Sai, Milano è una metropoli un po’ malata di relazioni, e dunque l’idea di Baobab era proprio una sfida. Amare questa città, in genere, non è facilissimo, ma ci siamo proposti, prima di tutto, di conoscerla tanto nei suoi aspetti negativi, quanto in quelli positivi. Da qui una serie di incontri con persone impegnate in vario modo, vuoi sul versante della politica come su quello della giustizia o della solidarietà. In fondo ci siamo aiutati a stare un po’ all’erta su quel che accadeva in città e non solo, a gioire delle cose belle e a indignarci per quelle negative. Nessuno di noi ha un impegno politico strutturato, ma sentiamo che questo per noi è stato un modo di fare politica". E Baobab, intanto, ha gettato un seme, con l’auspicio di mettere radici. Flash di vita, solo alcuni, per cercar di raccontare l’impegno di centinaia di migliaia di giovani, bambini e ragazzi di tutto il mondo che guardano a Chiara come a una persona realizzata che indica per loro un’autentica via d’umanità.

META: LA SANTITÀ

Nutrita la schiera di giovani arrivati al traguardo finale.

"Abbiamo tutte le possibilità di partire anche noi: partire adesso o partire dopo, partire giovani o partire anziani; partire subito, partire con una lunga malattia. La cosa più intelligente è fare un santo viaggio", raccomandava Chiara Lubich.

Sempre in prima fila

Paulinha di San Paolo, in Brasile, in seguito a una grave malattia ai polmoni, sin da piccola aveva vissuto un continuo via vai tra casa e ospedale. Da tempo si alimentava soprattutto attraverso un sondino e la vita, cosiddetta normale, le era impedita. Eppure il sorriso e la voglia di vivere erano la sua caratteristica costante. "Non l’abbiamo mai vista compiangersi o dire ad esempio: Questo non posso farlo perché sono malata", raccontano quanti la conoscevano; anche se non sono mancati i momenti difficili. Da tempo aspettava un trapianto di polmoni ma a un certo punto confidò alla mamma: "Non ho il coraggio di chiedere a Gesù un polmone per me, perché questo vuol dire che qualcuno deve morire. Ma io non voglio vivere se un altro deve morire". Costruiva rapporti profondi con ognuno, come testimonieranno al funerale la parrucchiera, il consigliere comunale alla sanità, il pizzaiolo… E in un anno e mezzo ha trasformato la sua scuola. "Grazie a lei, al posto dell’indifferenza si è creata una cultura nuova"; "Ci ha portati a riflettere sul senso della vita", i commenti di compagni e professori. Prima di entrare in terapia intensiva Paulinha scelse le canzoni per il suo funerale e l’abito. E mentre un gruppo di giovani recitava il rosario nella corsia dell’ospedale, a 16 anni concludeva il suo santo viaggio.

Pronti per l’appuntamento

Il primo giovane del movimento ad arrivare in Cielo dopo la morte di Chiara è Ashraf Sadiq del Pakistan, all’improvviso, per un incidente stradale. Impegnato da anni nelle attività del movimento, lo aveva fatto conoscere a molti giovani e ragazzi di Lahore, la sua città, aiutandoli poi a progredire nella scelta di vita fatta. In una sua lettera a Chiara, che aveva incontrato personalmente nel 1997 in Thailandia, scriveva: "Chiara, non do importanza alle cose del mondo perché Dio è il mio unico bene e lui mi dà tutto. E se ho ciò che è più prezioso al mondo, null’altro mi manca".

Due mesi dopo, in seguito ad un incidente stradale, è arrivata anche Marilena Marziliano. Origini pugliesi, studiava e lavorava a Parma. Iscritta a scienze infermieristiche, aveva fatto tirocinio in geriatria a contatto con gente che soffriva e moriva e, da qualche tempo, svolgeva servizio civile presso un ente che si occupa di persone con sclerosi multipla. A 25 anni, in un momento luminoso della sua vita, l’incidente mortale.

E poi Joseph di Hong Kong, dopo una malattia dolorosissima vissuta nella pace; Pablo di Città del Messico, sconfitto dalla leucemia ma nell’amore fino alla fine… Solo per parlare degli ultimi arrivati. Ma la lista di giovani, bambini, ragazzi che nella via tracciata da Chiara Lubich hanno trovato una strada di santità in tutti questi anni, sarebbe molto lunga. Per alcuni di loro – i nostri lettori lo sanno -, sono stati avviati dei processi di canonizzazione. Le ultime novità riguardano Chiara Luce Badano di Sassello, dichiarata venerabile lo scorso 3 luglio; Alberto Michelotti e Carlo Alberto Grisolia di Genova, servi di Dio, con una particolarità: per loro due l’esame canonico procede congiuntamente, così come era stata la loro vita, all’insegna di quel farsi santi insieme tipico di Chiara e del suo movimento.

 

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