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In profondità > Libro del mese

Il dialogo secondo Francesco

di Elena Cardinali

- Fonte: Città Nuova editrice

Cosa vuol dire “dialogare” per il papa? Quale visione del cristianesimo manifesta? La riflessione di Brunetto Salvarani in “Un tempo per tacere e un tempo per dialogare” (Città Nuova).

papa Francesco

Dopo anni in cui era quasi impronunciabile, la parola dialogo stia tornando a risuonare con una certa frequenza nel dibattito pubblico e nella pub­blicistica. Archiviato il ricorrente mantra sui pericoli del relativismo, è stato papa Francesco ad aver for­nito un contributo essenziale a tale svolta, con una serie di gesti e di discorsi che fanno presagire l’ini­zio di una nuova stagione. Un passaggio notevole è stato il suo discorso in occasione dei cinquant’anni del Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamici (PI­SAI), prestigiosa struttura accademica che nel corso dei decenni ha formato decine di preti, laici e mis­sionari preparati al dialogo con l’islam. […]

un tempo per tacere un tempo per parlare_Salvarani

un tempo per tacere un tempo per parlare_Salvarani

Nel frangente, Bergoglio è ricorso a un’immagine simbolicamente eloquente: «Al principio del dialogo c’è l’incontro e ci si avvicina all’altro in punta di piedi senza alzare la polvere che annebbia la vista». Sì, mi pare che la scelta iniziale di Francesco di risiedere a Santa Marta, rifiutando l’appartamento nobile papa­le, e di fare una vita che è impossibile non definire almeno alquanto sobria, sia già un atto concreto di dialogo: mentre un motivo di speranza ma anche una svolta (a mio parere irreversibile) risiede nella scelta del suo stile di pontificato. Cosa che, per la verità, va ben oltre i pur rilevanti cambiamenti nella quoti­dianità che i media hanno sottolineato.

Il riferimento è alla visione del cristianesimo suggerita dal teologo francese Christoph Theobald, quando rilegge il cri­stianesimo come stile. Perché ciò che Gesù fa e dice nei suoi incontri è un tutt’uno con il suo essere, in lui ci sono un’assoluta unità e trasparenza di pensiero, parola e azione che sono manifestazione del Padre: dal suo stile emerge la provocazione di un cristiane­simo che apprende, mentre le patologie e le infedeltà al vangelo che pervadono ogni epoca della storia ec­clesiale – compresa la nostra, alla fine del regime di cristianità – possono essere viste come rottura della corrispondenza tra forma e contenuto.

Quando pre­vale la forma, si ha un cristianesimo ridotto a esteti­smo liturgico, istituzione gerarchica, struttura dove, però, è assente la sostanza di quell’amore che porta Gesù fino alla croce. Se invece prevale il contenuto, si ha un cristianesimo ridotto a impianto dottrinale e dogmatico, verità fatta di formule cui credere, pri­va di un legame vitale con l’esistenza delle persone. Una Chiesa fedele allo stile di Gesù, perciò, non si presenta come istituzione detentrice di un sistema di dogmi da insegnare al mondo, ma spazio in cui le persone trovano la libertà di far emergere la presenza di Dio che già abita la loro esistenza.

Ogni persona – quali che siano la sua religione, il suo pensiero e la sua cultura – è portatrice di un’immagine di Dio che aspetta di rivelarsi come per gli apostoli nella Pen­tecoste, cioè di fare proprio lo stile di Gesù: quindi i cristiani dovrebbero essere in ricerca della manife­stazione di Dio propria di ogni religione, cultura e pensiero, invece di assumere atteggiamenti di svalu­tazione e condanna.

[…]

Siamo chiamati a camminare insieme, papa Francesco lo ripete in continuazione. Ed è un dato che tale prospettiva sta producendo una serie cospi­cua di esperienze che precedono e accompagnano il dialogo teologico, rendendolo meno traumatico e liberandolo da derive ideologiche, freddezza diplo­matica e logiche politiciste; immettendovi un senso di fretta, e una svolta umana dai riflessi ecclesiali, più che di diplomazia ecumenica; coinvolgendovi anche le voci del mondo e del popolo. Nella consapevolez­za, direi, che le forme storiche del dialogo sperimen­tate nel corso del Novecento si sono definitivamente esaurite, e che occorre andare oltre.

Da “Un tempo per tacere e un tempo per parlare. Il dialogo come racconto di vita” di Brunetto Salvarani (Città Nuova)

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