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Cultura > Arte e Spettacolo

I primi 60 anni del David di Donatello

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova


Trionfo per "Lo chiamavano Jeeg Robot". Il premio come miglior film se l'è aggiudicato "Perfetti sconosciuti", commedia sulla finzione della nostra vita dominata dai cellulari. Mentre il miglior regista è Matteo Garrone, un premio in ogni senso "dovuto". Resta però l'impressione che ci siano sempre "i soliti noti" a scambiarsi riconoscimenti…

Paolo Genovese riceve il David di Donatello

Successo scontato per Lo chiamavano Jeeg Robot, favola dark metropolitana (di Roma) con Luca Marinelli, bravissimo attore non protagonista insieme ad Antonia Truppo e ai protagonisti Ilenia Pastorelli e Claudio Santamaria. La regia di Gabriele Mainetti però non ha vinto, ma il premio come miglior film se l’è aggiudicato Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, commedia sulla finzione della nostra vita dominata dai cellulari. Dunque, i premi maggiori sono andati a un racconto nero nostrano e alla consueta commedia italiana sui vizi (molti) e le virtù (poche) dell’Italietta borghese e doppia.

 

Sorrentino, già pluripremiato altrove con l’Oscar, se l’è cavata con il premio alla miglior canzone e alla miglior musica, un riconoscimento che suona “dovuto” a uno che è considerato una gloria nazionale. Miglior regista Matteo Garrone con Il racconto dei racconti, altro omaggio in ogni senso “dovuto”. Insomma, a dire la verità, l’impressione è la solita: si sono premiati l’un l’altro quelli di un certo “giro”. Tutti professionisti, certamente, ma fin troppo sulle scene. Possibile che l’Italia non produca altro che si scosti dai “soliti noti”? Certo, la pubblicità fa la sua parte: e il tam-tam sul film di Mainetti – peraltro originale – ha contribuito parecchio ancora prima che il lavoro uscisse in sala.

 

I David non pare stiano invecchiando bene. Sembrano un invito tra amici con qualche eccezione. Gli interessi economici, dietro le quinte, sanno lavorare bene, l’arte cinematografica purtroppo langue e, se tenta qualche azzardo, raramente ha una voce che si fa sentire.

 

Quanto allo stile dei lavori sembra che il neo-barocco torni in gran forma, sia visualizzando il lato onirico-fantastico che quello nero o ironico. Succede quando la forma sta prevalendo sulla sostanza. Non è forse un buon segno, ma speriamo bene dalle nuove generazioni, senza dimenticare autori cinquantenni di talento costretti però da un certo mercato al silenzio. Si sveglierà mai il Belpaese?

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