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Cultura > Arte e Spettacolo

Venezia naviga tra ricordo e follia

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova


Ci si prepara all’ultima settimana di proiezioni e cominciano i pronostici sui vincitori. Bellocchio presenta un film complesso, quasi una favola nera e surreale dove si mescolano ricordi e ambienti cavaraggeschi

Marco Bellocchio

Naviga il festival veneziano verso l’ultima settimana. Ieri sera è ritornato il tema della follia nell’opera del turco Emin Alper. “Abluka” è prova della creativa stagione del cinema di questo paese. Il povero Kadir ottiene la libertà condizionata, dopo vent’anni di carcere, ma deve collaborare con la polizia nella lotta al terrorismo. Incontra il fratello più giovane, non entusiasta di vederlo e altra gente nel quartiere sporco e nebbioso di una Istanbul non da cartolina. Kadir è in preda alle sue ossessioni, la mente malata gli fa sospettare situazioni irreali e drammatiche. Al regista interessa, in questo duro e dolente racconto, dentro una luce  notturna, affrontare il tema della dittatura che rende folli i semplici e gli indifesi. Atto d’accusa autentico, una regia incisiva come in un trhiller psicologico. In odore di Leone d’oro?

 

La follia entra nella storia con le due ore di trhiller politico di Amos Gitai.  “Rabin l’ultimo giorno” – incalzante e ricco di documenti storici – narrano il mondo israeliano di vent’anni fa quando Rabin venne ucciso da un giovane ultraortodosso, contrario alla pace con i palestinesi. L’inchiesta, limitata forzatamente al solo omicidio, dimentica il clima politico arroventato, mostrando un Israele dove tutto è allora come ora, diviso da lotte interne, lontano dai principi ispiratori democratici che hanno fondato lo stato a suo tempo. Gitai si sforza di mantenersi equilibrato, ma l’accenno alla politica fortemente ostile di Nethanyiaou contro Rabin susciterà certo polemiche. Il mistero, come nel caso di Kennedy, rimane (volutamente? )nascosto. Del resto l’assassino uscirà presto dal carcere.

 

Follia ancora nella storia, ma con un altro animo. Marco Bellocchio  filma con “Sangue del mio sangue” un racconto duplice che ambienta in epoche diverse, eppure coincidenti sotto alcuni aspetti. Siamo a Bobbio, guardata con occhio di poeta nostalgico nelle acque, nei cieli, negli alberi, in piena età dell’Inquisizione. Qui viene giudicata suor Benedetta che ha sedotto il confessore e per questo è murata viva, fino alla morte. Oggi quel monastero sembra abbandonato ed è oggetto delle mire di gente di pochi scrupoli. Dentro vive un Conte che di notte come un vampiro gira per Bobbio, nascondendosi di giorno alla vista di una società che non sopporta.

 

Bellocchio inscena il suo amore-odio per il cattolicesimo, rimeditando sul passato delle colpe della Chiesa, ma anche oggi il presente, ipocrita, pesante, corrotto non è da meglio. E’ meglio allora vivere di nostalgia – ma il tempo scorre inesorabile – o morire, ora che si è vecchi?

Film complesso nelle tematiche – amore, ricordo, giustizia, poesia, bellezza, storia – eppure leggero come una favola nera e surreale, con struggenti ricordi d’infanzia anche religiosa come “Il Dies irae” cantato da voci angeliche e recitato da un  Roberto Herlitzka in stato di grazia (sembra una maschera di Ribera o del Greco). Film pittorico e con riferimenti ad interni secenteschi caravaggeschi, condito da un gruppo di attori scaltrito e da una vena lirica che dà grazia a molte scene anche drammatiche. Linea conduttrice la voglia del silenzio, di allora, e di ora, che si vorrebbe. Ma la società attuale disumanizzata ed eccitata può anche implodere. In corsa, anche lui, per il Leone?

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