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Cultura > Arte e Spettacolo

A Venezia arriva l’Italia

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova


Le opere di Pietro Messina e Luca Guadagnino (quest’anno al festival scorrono fiumi di lacrime). Il cambio di sesso e un thriller statunitense. Fino alla brillante commedia francese che fa respirare un po’

El Clan

Siamo arrivati anche noi, cioè il nostro cinema, a Venezia ’72. Si è partiti con L’Attesa, opera prima di Pietro Messina. Un lavoro significativo – la storia di due donne, la madre e la ragazza che attendono il figlio e il fidanzato che mai arriverà – ambientato in una Sicilia etnea immensa, pietrificata e sospesa (bellissima la fotografia). Juliette Binoche esprime in un volto scavato la desolazione di una madre ed è interessante che il film apra e chiuda con i riti della Settimana Santa dandogli uno spiraglio che si direbbe quasi cristologico. Il racconto è dolente (quest’anno a Venezia scorrono fiumi di lacrime) e la giovane Lou de Laage ne rivela lo spessore sentimentale. Nonostante l’inevitabile omaggio estetizzante al suo mentore Sorrentino, Messina manifesta capacità d’indagine, spessore narrativo ed una asciuttezza che fa ben sperare.

 

Purtroppo ciò non accade nel film di Luca Guadagnino – non bene accolto dalla stampa – A Bigger Splash, ambizioso tentativo, rifacendosi al celebre La Piscina del 1969, di ridisegnare un quartetto amoroso di rapporti apparentemente risolti, ma in verità dai risvolti amarissimi. Ambientato in una solare e misteriosa Pantelleria, il film si perde in dettagli forse inutili – il finale che vorrebbe esser comico con il carabiniere siciliano, gli immigrati – e non scava nei personaggi. Eppure con attori come Tilda Swinton, Ralph Fiennes (cui il regista regala una vera performance di ballo), Matthias Schoenaerts si sarebbe potuto dare molto di più. Il film rimane purtroppo in superficie, come una storia di amori finita non troppo bene, per quanto la recitazione degli attori e la fotografa siano splendidi: ma non basta per dare spessore ad una situazione peraltro già vista.

 

Tornando all’estero, il festival presenta diversi percorsi. Storie, ancora. Si parte dal danese The Danish Girl, racconto del primo uomo che cambia sesso mediante una operazione – il pittore Wegener –, recitato alla grande, coinvolgente emotivamente come un mèlo, ed ovviamente con il messaggio gender non troppo sottinteso; si arriva nell’Argentina degli anni Ottanta con El Clan, storia di una famiglia che organizza sequestri, drammatico, con uno stile da thriller poliziesco statunitense.

 

Entra in scena poi la guerra, in Afghanistan in particolare. Nella sezione Orizzonti il danese Krigen racconta di un giovane capitano in missione, diviso tra dovere e famiglia: asciutto, realistico; l’americano Man Down invece indaga le ferite psicologiche in un marine tornato in patria, dedito solo al bene del suo bambino: e qui si tocca il tema famiglia-paternità con grande partecipazione.

 

Due lavori “fuori dal coro”. In mezzo a tante lacrime, almeno la pausa della brillante commedia francese L’Hermine, con il giudice burbero che ritrova l’antica innamorata, di una arguzia spiritosa e misurata molto francese. Così, si respira un po’.

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