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Mondo > Europa

E la California si fa in sei

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova


Un magnate della Sylicon Valley ha promosso un referendum per dividere lo Stato in aree più piccole, sulla base dell'omogeneità economica e sociale. Ma la diversità, invece che un handicap, è ciò che consente alla California di essere l'area più dinamica degli Usa

La “nuova” California

Forse sono in pochi a saperlo: ma il separatismo, a suo modo, contagia anche gli Stati Uniti. No, non stiamo parlando di qualcuno dei 50 Stati che intenda fare da sé; ma della proposta di un magnate californiano, Timothy Draper, che di fronte ai gravi problemi di bilancio del Golden State ha promosso un referendum per dividerlo in sei Stati più piccoli. Il che, a suo dire, consentirebbe di affrontare meglio la gestione non solo del deficit ma anche del sistema scolastico e giudiziario, nonché di rilanciare competitività e innovazione dividendo il territorio in regioni economicamente e socialmente più omogenee.

I sei Stati che nascerebbero però, almeno secondo alcuni commentatori, sarebbero piuttosto «squilibrati». Più a nord si costituirebbe lo stato di Jefferson, pressoché spopolato – 950 mila abitanti, sui 38 milioni che attualmente conta la California – e ricoperto di foreste. Insomma, molti dubitano che potrebbe stare in piedi da sé. Appena più sotto la California del Nord, 3,7 milioni di abitanti, patria dei vini più prestigiosi della nazione, rinomate stazioni sciistiche e parchi naturali. E soprattutto, nota Will Oremus su Future Tense, ricca di tutte le riserve d'acqua dello Stato: quando si dice avere la possibilità di «chiudere i rubinetti», letteralmente.

Una minaccia non da poco per la California Centrale, considerata lo Stato più povero che nascerebbe da questa divisione: una zona agricola, che dell'acqua ha appunto vitale necessità. Tanto più per far fronte al suo vicino ad ovest, lo Stato di Sylicon Valley: basta solo il nome per evocare colossi quali Google, Apple e Amazon e i maggiori centri di ricerca dell'intera nazione, che ne fanno la zona economicamente più ricca.

Rotolando verso sud troviamo laCalifornia dell'Ovest, corrispondente alla zona di Los Angeles, con quasi 12 milioni di abitanti, la totalità dell'industria cinematografica e due dei più grossi porti della nazione; a sufficienza, fa notare ironicamente Oremus, per «pompare acqua» anche alla vicina California del Sud, totalmente desertica ad eccezione di San Diego e della Orange County, dove sono ammassati come sardine i suoi 10,5 milioni di abitanti.

A conti fatti, conclude quindi Oremus, nessuno di questi sarebbe da solo quel «motore per la nazione» che la California attualmente rappresenta, dato che la sua forza si basa sulla complementarietà di queste aree; e poi, si chiede se «la diversità sociale, economica e culturale sia un handicap». Anche i commenti che girano in Rete si muovono tra l'ironico e il critico: Rich fa notare come «tutto ciò serve solo ad aumentare il numero delle poltrone al Congresso e al Senato», Bernard lo bolla come «un tentativo di segregare le zone più povere della nazione», mentre Larry lo definisce semplicemente «la cosa più stupida che abbia mai sentito».

Stupida o no, è comunque seria: i promotori hanno raccolto 1 milione e 300 mila firme, superando ampiamente il limite di 808 mila necessario per poter indire il referendum, che potrebbe andare in porto nel 2016. I fascicoli sono stati depositati il 15 luglio, ed ora gli uffici preposti dovranno verificare la validità delle firme: e già sono comparse sui social network le denunce di irregolarità, come quella di Andrea, che afferma di aver saputo da una delle “volontarie” che raccoglievano le firme che queste erano pagate 2 dollari l'una. Un sondaggio condotto dalla Reuters, tuttavia, vede un 60 per cento di contrari alla proposta: maggioranza sì, ma non schiacciante.

Anche se i sì dovessero vincere, comunque, per procedere alla divisione è necessaria l'approvazione del Congresso: cosa che suona più da fantapolitica che da realtà.

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