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Cultura > Arte e Spettacolo

Il caso Scieri: la storia raccontata al Teatro dei Documenti

di Elena D’Angelo

- Fonte: Città Nuova


Al centro della movida romana, nel quartiere di Testaccio, tra locali alla moda e templi del divertimento notturno, c’è uno spazio che conserva intatto il fascino di un luogo e un tempo lontani dal quotidiano, dove accade ancora, ogni sera, la magia di raccontare delle storie

Il caso Scieri: la storia raccontata al Teatro dei Documenti a ROma

Il Teatro dei Documenti è l’equilibrata sintesi tra il progetto di recupero urbanistico di antiche cavità sotterranee e le intuizioni di Luciano Damiani, scenografo impegnato nei principali teatri di prosa e lirica del mondo, che dal 1980 si occupa di restauro dello spazio realizzando una serie di interventi scenotecnici dal gusto barocco. Lo spazio dislocato su due piani e costituito da diverse sale contigue si presenta come un organismo unitario grazie a una serie di soluzioni ingegnose: botole che si spalancano, sistemi di specchi che consentono una visione simultanea, intere platee che si sollevano grazie a argani e carrucole, finestre che si aprono su improbabili affacci. Il Teatro dei Documenti mescola senza soluzione di continuità l’ispirazione brunelleschiana per gli ingegni e le macchine teatrali e le visioni novecentesche  del teatro povero grotowskiano, per cui tutto appare immerso in un bianco nudo come la roccia.

È in questa babele teatrale che trova la sua location ideale lo spettacolo Emanuele Scieri, vittima della folgore, scritto da Isabella Guarino e Corrado Scieri e diretto da Paolo Orlandelli, autore e regista teatrale da sempre impegnato nel teatro sociale e politico. Lo spettacolo racconta la storia di Emanuele Scieri, il giovane siracusano trovato morto ai piedi della torretta di asciugatura dei paracadute all’interno della caserma Gamerra di Pisa il 16 agosto del 1999. La morte del giovane, avvenuta la notte del 13 agosto, è ancora oggi al centro di importanti interrogativi che riguardano le cause del tragico evento: la prima ipotesi del suicidio è stata via via scalzata da una serie di inquietanti particolari relativi al ritrovamento del corpo e alle dinamiche dell’incidente, fino ad arrivare all’ipotesi estrema di un atto di violenza volontaria legato alle pratiche del nonnismo e coscientemente occultato dalle più alte gerarchie della Folgore.

La storia è incredibile, come tutte le storie vere. La complessità della vicenda e la durezza del tema rendono delicato e controverso il lavoro del regista che deve rispondere in prima istanza a un criterio di coerenza storico-documentaria, ma contemporaneamente mantenere viva una commozione che possa avvicinare lo spettatore a una comprensione non solo razionale e critica degli eventi, ma anche emotiva e personale. La sintesi tra queste due vocazioni appare ben riuscita: il regista mescola momenti fortemente didascalici a scene dal sapore più romanzato. Le atmosfere sono quelle del teatro epico di Brecht: i giovani attori raccontano, copione alla mano, le tappe della storia, ricostruendo attraverso una carrellata di personaggi chiave i punti di raccordo nelle varie fasi della vicenda. Indossano abiti quotidiani, non si immedesimano con il ruolo che interpretano, ma lo tratteggiano sinteticamente attraverso inflessioni dialettali o abitudini gestuali, mantenendo una distanza efficace e mirata allo straniamento dello spettatore, il quale assiste ai fatti come testimone critico e lucido.

Particolarmente riuscito il personaggio del generale Enrico Celentano, autore dello Zibaldone, raccolta di precetti e regole umoristiche sulle pratiche del nonnismo, interpretato coralmente dai 14 giovani attori della compagnia. Ogni tranche è introdotta da una didascalia che spiega il contenuto dell’episodio proprio come vuole la regola del teatro documento. Gli attori manovrano a vista dei fari che illuminano di volta in volta i vari personaggi proiettando sulle pareti vuote ombre suggestive e minacciose, simbolo di una verità altra impalpabile e oscura.

Ma un momento in particolare coglie lo spettatore nel vivo, aprendo il varco a una commozione forse ancora più vera proprio perché maturata lucidamente nel corso dello spettacolo: la scena finale in cui Emanuele Scieri disteso a terra non è più l’attore che si presta al racconto, ma è il giovane ragazzo, lasciato morire una notte di quasi venti anni fa, che i compagni, sopraggiunti uno a uno da dietro le quinte, finalmente abbracciano, carezzano e raccolgono da terra.

Teatro dei Documenti, Roma. Fino al 16/03

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