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Cultura > Arte e Spettacolo

Mercuzio e i detenuti-attori alla Garbatella

di Giuseppe Distefano

- Fonte: Città Nuova


Al Palladium di Roma si sperimenta una nuova versione di Mercuzio non vuole morire. La vera tragedia in Romeo e Giulietta. Interpreti sono i reclusi della Fortezza medicea di Volterra

Mercuzio non deve morire al Palladium di Roma

Ogni estate, da più di 25 anni, lo spettacolo più atteso del festival “Volterrateatro” è quello della Compagnia della Fortezza, che si tiene dentro il carcere della Fortezza Medicea della cittadina toscana. Fino a qualche anno fa solo un numero esiguo di spettatori – critici, giornalisti, operatori – poteva varcare i cancelli, per condividere un'esperienza, umana e artistica, unica, che ha come protagonisti un gruppo di detenuti-attori, diventati in breve tempo autentici professionisti sotto la guida del regista Armando Punzo. Di anno in anno il numero di spettatori ammessi è andato allargandosi fino ad invadere, due anni fa, oltre al tradizionale cortile, più luoghi del carcere. La formula voleva preludere ad un auspicato "carcere aperto".

Il titolo scelto per la rappresentazione della scorsa estate era Mercuzio non vuole morire. La vera tragedia in Romeo e Giulietta. L’allestimento assunse una forma ancora più aperta, invadendo le vie, la piazza, i cortili di Volterra e coinvolgendo gli abitanti. Ecco ora una nuova versione per il teatro al chiuso, andata in scena con una straordinaria affluenza di pubblico, in prima nazionale al Palladium di Roma, presentata nella sessione tematica “Territori d’autore”, a cura di Debora Pietrobono, nell'ambito di “La Provincia in scena”, dedicata a progetti che prevedono il coinvolgimento e l'interazione con le persone che abitano un luogo. Quelle del quartiere Garbatella erano anziani, giovani e bambini, oltre al pubblico invitato a munirsi ciascuno di un libro (da utilizzare alla fine) e di un guanto rosso, chiamato in causa nella performance. Entrando in sala tutto è già iniziato.

Musica ininterrotta con un pianista alla consolle, movimenti di pannelli e gigantografie spostate a vista sul palco, incursioni in platea con Mercuzio che non combatte più con Tebaldo ma con due suoi doppi, ci fanno sentire subito dentro un evento collettivo. Assurgendo a simbolo di una lotta sociale, politica e culturale, Mercuzio, lo "spirito libero" del dramma scespiriano, è portatore di poesia e di sogni, colui che si batte contro l'indifferenza di tutti. E non vuole soccombere, anche quando s’aggirerà con un coltello piantato tra le scapole. L’amico di Romeo che, morendo tra le sue braccia trafitto da Tebaldo, maledice entrambe le famiglie, dice la barbarie degli uomini, la sconfitta dei giovani, della vitalità della cultura in favore dei vecchi poteri forti e arroccati. Non vuole morire. Spadaccino baldanzoso, duella senza sosta chiamando a misurarsi con lui anche sprovveduti spettatori. Si accascia e si rialza, arringa gli altri personaggi dalle mani insanguinate (e qui, un coro muto di adulti – i Capuleti e i Montecchi – avanza sul palcoscenico con la mano sollevata dipinta di rosso invitando anche il pubblico a fare altrettanto).

Irrompono, durante tutto lo spettacolo, citazioni letterarie da Dante, dall'Ulisse di Joyce, da Calvino, Pessoa, Goethe, incluso lo struggente e barocco Lamento di Didone di Purcell cantato dal controtenore Maurizio Rippa, che avanza dalla sala con una valigia in mano. Entrano tante Giuliette (arruolate tra le adolescenti) con un fiore in mano e sdraiate sul palco come se tumulate nella cripta dei Capuleti; procedono cinque bambini con palloncini in mano e una piccola violinista guidati da una figura tutta dipinta a scacchi e con un enorme orecchio per ascoltare; si insinuano striscioni con frasi come «Qui domina l’odio, ma ancor più l’amore», o «Mentre loro si disputano i nostri migliori figli muoiono». C’è anche Cyrano de Bergerac, il cui volto col lungo naso viene estratto dalla pancia di un omone; e una Giulietta col modellino del balcone che le incornicia il volto; e intanto s’aggira per tutto il tempo una suggeritrice, anch’essa col modellino al collo, a ricordare le parole dimenticate.

 Non c’è, come si è capito, una narrazione lineare in questo spettacolo. È un trionfo della fantasia, una Babele di suggestioni dove si intrecciano immagini dirompenti, linguaggi, parole, frammenti evocativi. E non c’è solo lo Shakespeare di Romeo e Giulietta, ma anche del Riccardo III, dell’Otello, della Tempesta, accanto a brani di vita autobiografici a cui danno voce alcuni dei detenuti-attori, corpi di un’umanità segnata, ferita, in cerca di redenzione. E tutti ci troviamo uniti in questo grande affresco umano che raggruppa, nel finale, la massa di protagonisti in palcoscenico, mentre srotolano dalle balconate del teatro immagini pittoriche. A questo punto, in un crescendo da sinfonia, il pubblico viene invitato ad aprire e alzare il libro che ciascuno ha  portato con sé, esibito come arma, come grido di bellezza contro le brutture, mentre s’odono, registrati, gli schiamazzi allegri di bambini accompagnati dalle loro sagome con palloncini in mano che riempiono il palcoscenico, simbolo di una speranza destinata a non soccombere.

 Palladium di Roma.

Riproduzione riservata ©

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