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Mondo > Europa

Un “bacio” storico

di Luigi Butori


Due settimane dopo la rielezione il presidente americano Obama è volato a Bangkok per ristabilire gli accordi col governo e ha fatto tappa in Myanmar per dare il suo appoggio alla piccola lady di ferro, Aung San Suu Kyi, e alle riforme promesse dal governo birmano. Dal nostro corrispondente

obama e aung san suu kyi

Il presidente Obama è stato il primo presidente degli Stati Uniti d'’America a mettere piede in Myanmar, con una visita lampo di sei ore: breve ma intensa per i risvolti politici, economici ed anche "umani".

Solo dopo 2 settimane dalla sua rielezione, il "ringiovanito" presidente (come qualcuno lo ha definito) è arrivato con l’Airforce One all’aeroporto militare-civile di Dong Muang, a Bangkok, nel pomeriggio del 19 novembre. Lo hanno accolto in tanti, compreso un caldo insolito: qui fa caldo anche a novembre! Prima tappa, Bangkok, antico alleato degli USA; subito Obama ha ribadito l’appoggio al governo democratico che si è insiedato dopo le manifestazioni sanguinose del 2010. La Thailandia è una base logistica molto importante per gli USA, sin dalla guerra dell’Indocina; i soldati americani si riposavano sulle spiagge della Thailandia (Pattaya) e dalle basi militari thailandesi partivano i "famosi" B52.

Il sud-est asiatico è, al momento, una delle zone piu importanti del pianeta: zona ricca (quanto petrolio c’è nel sottosuolo di questa regione?) e promettente: è la base di produzione per l’industria dei componenti elettronici di mezzo mondo, con mezzi di comunicazione a buon mercato e diffusi sul territorio nazionale. Insomma, un’alleato davvero importante per questo secolo …e non solo!

Gli interessi che Obama deve salvaguardare nella regione sono davvero tanti: c’era bisogno d’incoraggiare, come qualcuno ha detto,  di "forzare con un sorriso all’americana", il T.P.T (Trans Pacific Partnership); un accordo molto…ma davvero molto discusso, attraverso il quale gli USA vogliono tenersi stretta una delle regioni più ricche e promettenti del globo terrestre, direttamente legata all’economina americana, a scapito dell’influenza della Cina che, da un punto di vista storico, linguistico, territoriale e culturale è il partner naturale da tutti riconosciuto e ben accolto.

Mezza giornata a Bangkok, incontri ufficiali ed importanti: ma un copione già conosciuto, ormai. Al mattino dopo, partenza per il Myanamr a solo 45 minuti da Bangkok.

Perché questo viaggio in Myanmar? Sicuramente per visitare "la donna di ferro", l’'eroina che ha sconfitto i militari senza sparare un solo colpo di fucile: Aung San Suu Kyi. «Lei – le ha detto Obama – è un’icona della democrazia che ha ispirato persone non solo in questo paese ma in tutto il mondo». Poi ha aggiunto «Lei è stata fonte d’ispirazione in molti momenti anche per me». Questo per dare un segnale forte e chiaro al presidente del Myanmar, Thein Sein, e a tutti i militari che, tolta la divisa, siedono ora in Parlamento: c’è un solo percorso, quello che continua e vuole promuovere le riforme democratiche del paese, e non si può tornare indietro. Ma Obama ha voluto lanciare anche un altro messaggio pubblico chiaro e forte: l’America guarda, apprezza, sostiene e premia Aung San Suu Kyi come il vero interlocutore del Myanmar del presente e soprattutto per il futuro. E senza di lei non si può avere l’amicizia con gli Stati Uniti d’America. Questo, Obama, lo voleva rendere chiaro a tutti, ancora una volta; ai militari in primo luogo e alla gente del Myanmar.

Anche le riforme riguardanti la libertaà di stampa, la liberazione dei tanti prigionieri politici: tutto deve andare avanti, inesorabilmente avanti.

Un messaggio trasmesso in ogni modo:«Oggi è un giorno che segna la storia delle relazioni tra i due paesi» ha ancora affermato Obama. Dopo un saluto prettamente asiatico, con le mani giunte, molto educato e consono all’occasione, alla fine del colloquio privato (40 minuti circa) nella casa che ha visto prigioniera la Signora per anni ed anni, Baraka Obama l’ha abbracciata e baciata (cosa alquanto insolita da queste parti) di fronte alle telecamere di mezzo mondo.

Aung San Suu Kyi, che conosce bene la sua gente ed i suoi interlocutori, ha ascoltato serena, felice ed a tratti raggiante; ma col suo fare modesto, semplice come "da bambina", ma con una presenza intelligente inconfondibile; col suo inglese oxfordiano, mantenuto dagli anni in cui ha studiato in Inghilterra, ha aggiunto: «Il periodo più difficile è quando pensiamo che siamo arrivati al successo. Dobbiamo essere molto attenti a non essere frastornati da un miraggio del successo; invece dobbiamo continuare a lavorare verso un vero successo, per tutto il nostro popolo».

Come dire: attenti… non allentiamo la guardia proprio ora che siamo quasi arrivati. Ed ha pienamente ragione: sono sempre possibili colpi di coda, per rimettere tutto a favore solo di alcuni.

Possiamo star certi che lei è e sarà molto attenta: quel bacio sulla guancia dal presidente americano vale molto: non per lei, ma per i milioni di cittadini che da anni sono stati privati delle più semplici libertà umane e civili. L’aria del cambiamento è arrivata: ci sono le generazioni future che attendono un Myanmar diverso…il Myanmar per il quale, suo padre, il generale An Sun, ha dato la vita.

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