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Cultura > Arte e Spettacolo

Il giocatore

di Aurelio Molè

- Fonte: Città Nuova

Il vizio del gioco, i debiti sovrani e la mentalità tedesca. Attualità di un classico di Fëdor Dostoevskij

Fedor Dostoevskij

80 miliardi di euro nel 2012. È il triste primato italiano per le spese del gioco d’azzardo. Nella media pro capite siamo il primo Paese al mondo e il 2,2 per cento della popolazione adulta è vittima del gioco. Insieme ai fatturati del gioco d’azzardo crescono anche i giocatori compulsivi e i relativi costi sanitari, sociali, relazionali e legali. Tra le letture estive può essere utile riscoprire uno dei tanti capolavori di Fëdor Dostoevskij, Il Giocatore. Scritto nel 1866 per pagare i suoi debiti di gioco, Dostoevskij analizza il gioco d'azzardo in tutte le sue forme con i diversi tipi di giocatori, dai ricchi nobili europei, ai poveretti che si giocano tutti i loro averi, ai ladri tipici dei casinò. Il protagonista del racconto, Aleksej Ivànovic, anche se non ama il gioco d’azzardo, comincia a frequentare il casinò di un’immaginaria città tedesca, perché innamorato di Polina Aleksàndrovna.
Gioca per Polina perché lei ha bisogno di ingenti somme di denaro per evitare la rovina della sua famiglia. Anche nel romanzo, come nella realtà, si comincia così, quasi per caso, e si finisce nella spirale della mancanza di autocontrollo fino a diventare dei giocatori compulsivi, patologici.
 
Il giocatore è interessante anche per la descrizione dei vari personaggi: la severità del barone tedesco, la vanità del conte italiano, il ricco gentleman inglese e il francese manipolatore. In alcuni accenni non si può leggere la stringente attualità con la crisi economica che stiamo vivendo e le caratteristiche ricorrenti di alcuni popoli europei.
Ci sono popoli come quello russo, ma si può applicare anche a certi italiani, greci, spagnoli e ad intere classi politiche che amministrano con allegria i propri beni.

«Il russo ‒ scrive  Dostoevskij nel romanzo  ‒ non soltanto non è capace di mettere insieme un capitale, ma oltretutto lo sperpera al vento in maniera scandalosa». Ben altro il caso del popolo tedesco, ben descritto, nel capitolo quarto. «Tutti lavorano come bestie e accumulano soldi come i giudei».  Ogni famiglia, sotto la guida sicura del vater, il padre, è, per cultura, abituato ad accumulare un capitale rispettabile da lasciare in eredità alla generazione successiva, nei secula seculorum.
«Ecco il risultato ‒ narra Dostoevskij ‒ di un lavoro ereditario di cento o duecento anni di pazienza, intelligenza, onestà, carattere, fermezza, calcolo e cicogne sul tetto! Cosa volete di più? Non c’è nulla di più alto a questo mondo e così in base a questo criterio essi cominciano a giudicare tutto il mondo e a giustiziare direttamente tutti i colpevoli, e cioè coloro che sono anche un po’ diversi da loro». Un’ egemonia tedesca conquistata sul campo, che non ammette prestiti e pagamento di debiti per nessuno.
 
Etica del lavoro che ha basi solide nel pensiero di Lutero  che vedeva l’uomo nato per lavorare, come l’uccello per volare perché «ciascuno deve produrre quel tanto da potersi mantenere e non essere di peso agli altri, bensì di aiuto». Etica del lavoro esaltata maggiormente dal riformatore svizzero Calvino che sarà, poi esaminata, nel 1905 da Max Weber nel noto saggio economico L'etica protestante e lo spirito del capitalismo.
Sarà un caso, ma Germania e Svizzera, anche nella crisi, continuano ad arricchirsi.
 

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