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In profondità > Dialoghi

La Quaresima in tempo di crisi

di Costanzo Donegana

- Fonte: Città Nuova

Le ceneri nelle banche, nei parlamenti, negli stadi, nelle sedi vescovili e anche nella vita personale perché dalla polvere possono nascere novità

L’imposizione delle ceneri nelle Filippine

«Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Questa affermazione scultorea segna l’inizio della Quaresima, anche se attualmente può essere sostituita da un’altra: «Convertitevi e credete al Vangelo». Alle parole si accompagna il gesto, molto serio, del sacerdote che mette la cenere sul capo dei fedeli.
 
Sembra che siamo riportati indietro di mille anni, incolonnati fra le fila dei penitenti medioevali, oppressi sotto il peso delle loro colpe e dal timore del castigo di Dio. La morte col suo scheletro incombente segna il punto finale e decisivo che dividerà l’umanità in due schiere avviate su cammini inconciliabili.
 
Ma è proprio così? Le ceneri sono solo simbolo di fine irreversibile, di distruzione, di spegnimento dei sogni e delle speranze? Dipende da come prendiamo il simbolo. Possono essere segno di distruzione, anche violenta: «I nemici ridussero in ceneri la città». O della triste e sconsolata fine dell’esistenza. Ma possono essere espressione della verità delle cose, della loro relatività. Non farebbe male mettere un mucchio di cenere nelle banche, nei Parlamenti, negli studi cinematografici, televisivi, negli stadi, nelle sedi episcopali e nei seminari…
 
Le ceneri dicono che gli idoli hanno breve durata e ingannano. Anche gli idoli piccoli di ognuno di noi, i nostri progetti, le nostre carriere, le nostre promozioni. Addirittura le cose più belle e sacre, che però non sono Dio: i figli, il marito e la moglie, il sacerdozio, gli abiti religiosi, l’arte, la scienza…
 
Solo Dio non va in cenere! Ma come si fa a produrre la cenere? Bruciando qualcosa. La cenere può essere frutto di distruzione, ma anche di amore. Il fuoco dice amore, amore che si consuma, che quindi diventa cenere. Se in noi è accesa la fiamma dell’amore, brucia e consuma. Non brucia solo il negativo, l’egoismo, ma anche l’“essere”, ciò per cui noi “siamo”. L’amore ci riduce a nulla (meno che cenere, dunque).
 
Se cerchiamo di salvare qualcosa di noi stessi, il nostro è un amore sotto condizione, calcolato, quindi non-amore. Ma la fiamma d’amore produce un miracolo: sotto la cenere rimane la brace, sorgente di vita, di risurrezione. Per questo la Quaresima sfocia nella Pasqua.
 
Un libro sull’argomento: Dag Tessore, Il digiuno, Città Nuova 2006.

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