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In profondità > Chiesa cattolica

Il terzo papà

di Aurelio Molè

- Fonte: Città Nuova

Il primo febbraio si è spento don Giovanni Coccolo, un sacerdote focolarino vissuto a servizio degli altri.

Duomo Torino

«Questa mattina mi sono svegliata nella consapevolezza del primo giorno della mia vita in cui non c’è più quella luce radiosa e potente – su questa terra – a cui potermi rivolgere nel faticoso cammino di vivere». «Senza il tuo aiuto non ce l’avremmo mai fatta, senza il tuo esempio ci saremmo smarriti, senza il tuo sorriso ci saremmo spenti». «Ciao papà… sì è così, ne ridevi sempre quando mi presentavi alla gente dicendo: “Io sono il suo terzo papà, lei ha un papà terreno, uno in cielo e poi ci sono io!”».

Sono alcune delle innumerevoli testimonianza che ricordano le qualità di don Giovanni Coccolo scomparso lo scorso primo febbraio a Torino. Aveva 82 anni, contraddistinti dall’esperienza di un Dio che è amore e da un forte senso di comunione con gli altri sacerdoti per costruire delle comunità vive e unite.

 

Nell’omelia pronunciata durante la sua sepoltura, il card. Severino Poletto ha sottolineato come proprio la comunione tra i sacerdoti che contraddistingue l’ideale di Chiara Lubich può garantire la fedeltà alla propria missione. Gli ultimi anni di don Giovanni sono vissuti nella malattia fino al sopraggiungere di complicazioni  fatali.

 

Recentemente, in una lettera così scriveva don Giovanni: «Ringrazio l’Eterno Padre perché nuovamente mi ha fatto sperimentare la sua presenza particolare nella sofferenza di questa malattia. Quando al pronto soccorso mi è stato detto  che c’era qualcosa al cuore che non andava,  e mi hanno trasportato in ambulanza all’unità coronaria delle Molinette mi sono detto:  “Sei tu che mi vieni a visitare”; gli ho detto il mio sì. È stato un dono di Dio non aver mai perso la serenità, neanche un momento; sentivo che là dove mi trovavo dovevo solo essere “amore”, per esempio per il vicino di letto, con gli infermieri e con tutti…».

 

L’avventura di don Giovanni era cominciata a Cumina nel 1928, dodicesimo ed ultimo figlio di una famiglia in cui altri due fratelli, Cesare e Enrico sono diventati sacerdoti. Ordinato nel 1951, per vent’anni è stato al Santuario della Consolata a Torino, dal ’71 al ’78 parroco a Cafasse e a San Gioacchino di Torino fino all’84. Dopo diviene, fino al ’92, vicario episcopale del territorio sud est della diocesi, quando, inaspettatamente, il card. Saldarini lo chiamò ad essere rettore del Seminario maggiore.

 

Don Giovanni stesso in una lettera a Chiara Lubich così ricordava l’episodio.

 «Ho pensato di affidarle questo incarico,  mi disse il cardinale, perché lei è una persona di comunione, cerca di non rompere mai i rapporti; però nello stesso tempo mi pare che sappia prendere delle decisioni quando è necessario. Di fronte alla mia obiezione di non essere all’altezza della cultura dei vari docenti, egli mi rispose: “Non è necessario, anzi forse è meglio”.

 

E quando poi gli dissi che non avevo mai neanche minimamente pensato a questa proposta, egli mi disse: “È un motivo in più, per affidarle questo incarico”.Congedandomi mi disse: “Ci pensi o preghi; anch’io pregherò per lei. Sappia che se mi dice di no, mi dà un grosso dispiacere”. Al che io risposi: “Nella mia vita di prete ho sempre visto nella volontà del mio vescovo la volontà di Dio”. E mi salutò dicendo: “Sappia che lei gode della mia totale e piena fiducia”. Uscito da quella stanza ho detto subito con gioia, anche se non nascondo con qualche timore, “Sia fatta!”».

 

Fino all’ultimo. Ora la salma di don Giovanni riposa nel cimitero di Cumiana.

 

Riproduzione riservata ©

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