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Italia > Cinema

Le Otto Montagne

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Dal romanzo di formazione di Paolo Cognetti esce un film bellissimo sull’amicizia.

(AP Photo/Tashi Sherpa, File)

Se il romanzo, per chi l’ha letto, è davvero bello, il film diretto da Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeesch – Premio della Giuria a Cannes – è una trasposizione molto ben riuscita. Cosa rara, eppure una volta tanto ha funzionato, si direbbe alla perfezione.

La storia è quella dell’amicizia tra due uomini nata nell’infanzia. Pietro vive a Torino, va in montagna solo per le vacanze estive, Bruno è un ragazzo che fa il pastore tra i monti della Valle d’Aosta, senza madre e con un padre emigrato, che va e viene. In pratica un ragazzo solo che cresce selvaggio, al contrario di Pietro che il padre (un ruvido Filippo Timi) costringe a fare passeggiate estenuanti sui ghiacciai. I due ragazzi legano con quella amicizia destinata a durare tutta una vita. Nulla di ambiguo, tutto è virilmente semplice, diretto.

I due si rivedono durante l’adolescenza e la giovinezza. Le loro storie poi si dividono: se Pietro è indeciso sul futuro, fa vari lavori, e chiude col padre, Bruno emigra a fare il muratore, litiga col padre e poi decide che la sua vita sarà in montagna. Passa del tempo, la vita porta i due lontani ma verso i trent’anni si ritrovano. Rinascono confidenze, racconti, progetti. Pietro viene a sapere che il padre si è comportato con Bruno come fosse un figlio: il giovane montanaro gliene è grato, decide di ricostruire la casa in rovina sui monti e di vivere qui.

Gioie e dolori si alternano, Bruno avrà una compagna, una bambina, Pietro andrà in Nepal, ma i due resteranno fedeli alla amicizia, la cureranno perché non si perda. Sino alla fine.

Alessandro Borghi (Bruno) e Luca Marinelli (Pietro) amici anche nella vita, danno anima e corpo ai due personaggi: tanto il cittadino è colloquiale, il montanaro è scarno nei gesti e nelle parole. L’amicizia è fatta di occhiate di intesa, di qualche scontro, di riconciliazione immediata, di voglia di tenersi legati e di condividere tutto della vita, compresi i dubbi, le fatiche, le scoperte. Il padre di Pietro è una figura lontana come molti padri che non sa legare col figlio e lo vorrebbe cercare nel montanaro, per poi sparire come quello di Pietro, che non si vede mai.

Nel film parla la natura incontaminata, la vita dura dei montanari e quella soffocante, superficiale della città, parlano le bellezze del Nepal e quelle delle Alpi nel variare delle stagioni. Poesia ma anche dramma.

Girato per mesi sui monti, il racconto fra l’uomo che va, cioè Pietro, e quello che rimane, cioè Bruno, è simbolo anche di due modi diversi di intendere non l’amicizia, ma il percorso vitale. È molto riuscita l’idea di concentrarsi più che sui paesaggi, sul paesaggio degli affetti, dei sentimenti, sul rapporto tenero a suo modo e selvaggio fra i due amici. È questo ciò che rimane nello spettatore dopo due ore abbondanti, la volontà di mantenere i legami per sempre e di farli crescere tra il dolore e il sogno.

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