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Italia > Se ne discute

Terrorismo, il dovere della memoria

di Marco Luppi

- Fonte: Nuova Umanità

La Corte d’Appello di Parigi ha negato l’estradizione, chiesta dall’Italia, di dieci terroristi che hanno da tempo trovato rifugio in Francia. Per l’occasione, ripubblichiamo un estratto dell’intervista ad Alberto Torregiani, figlio del gioielliere Pierluigi, realizzata qualche anno fa per la rivista Nuova Umanità.

Funerali di Pierluigi Torregiani, Pubblico dominio, Wikimedia Commons

Estratto dell’intervista ad Alberto Torregiani, figlio del gioielliere Pierluigi, assassinato il 16 febbraio del 1979 da militanti del PAC (Proletari armati per il comunismo) nel corso di una rapina. Alberto, allora bambino, fu colpito insieme al padre e rimase paralizzato alle gambe (qui l’intervista completa pubblicata sulla rivista Nuova Umanità).

La sua storia, accanto a quella di suo padre Pierluigi, è stata segnata profondamente dalla violenza politica che ha contraddistinto un’epoca. Quali riflessioni sente di fare a distanza di tempo?
Quello che sento di dire è che se non si risolvono e affrontano i problemi quando vi sono, allora, anche a distanza di tempo, questi ti si rivoltano contro e te li trovi alla porta. A distanza di 30 anni oggi (e da ormai 4/5 anni) i sentori di nuove insoddisfazioni sono visibili. Come un cerchio, stiamo ricadendo nel baratro di quegli anni bui. Questo perché non si è mai risolto il problema del terrorismo, della società in declino. Non basta una buona tecnologia, servizi alla mano di tutti, false agevolazioni, quando i veri problemi di una società che sta declinando non si risolvono. Stiamo ricadendo negli stessi errori ma, a differenza di allora, non per negligenza od incapacità di governare, ma perché si spreca il tempo ad osteggiarsi l’uno con l’altro. Parliamo di globalizzazione, di riforme, di tecnologie che aiutano, quando poi litighiamo per il giardino più o meno verde del nostro vicino. Chi si prende il dovere di amministrare, e non solo, la società, dovrebbe lavorare esclusivamente al miglioramento della stessa.

Quanta attenzione ha trovato nelle istituzioni e presso l’opinione pubblica la vicenda della vostra famiglia e di altre famiglie vittime del terrorismo?
L’attenzione viene alla luce quando si riaccendono i riflettori attraverso i media. Oltre l’aiuto istituzionale dettato da leggi a favore delle vittime, ancora scadenti, se non è la vittima a bussare alla porta, non vi è altro tipo di aiuto, almeno questo ai tempi in cui ho subito l’attentato. Ora la situazione è un po’ migliorata, ma solo dopo tante battaglie per annullare quel silenzio che, “per non risvegliare il mostro”, il governo ha mantenuto per molti anni. Viceversa, l’opinione pubblica risente del riflettore acceso, ma con stupore. Ho notato che l’indegno non ha età; ancora oggi, dopo oltre 30 anni, la gente sa bene cosa è giusto e sbagliato e richiede giustizia oggi come allora e come la chiederà domani…

Il nostro Paese, a volte, sembra avere un debito di memoria. Si cancella, si rimuove forse troppo facilmente. Paura di affrontare le conseguenze della verità?
Questo silenzio è dettato semplicemente dal “non star di fronte” alle responsabilità, paura di affrontare le conseguenze di una verità, senza accorgersi che è solo facendo quei passi che si può intravedere un futuro migliore. Purtroppo, piccole faccende di palazzo oscurano i veri problemi del Paese. Anche per questo sono convinto che qualcuno deve mantenere accesa la luce e operare in tal senso.

(qui l’intervista completa pubblicata sulla rivista Nuova Umanità).

Riproduzione riservata ©

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