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Italia > Società

La piccola Elena non c’è più

di Daniela Notarfonso

- Fonte: Città Nuova

Ha sconvolto l’Italia la notizia dell’uccisione della piccola Elena, di 5 anni, per mano della madre. Un atto terribile forse motivato dalla gelosia.

Era il 431 avanti Cristo, quando, alle Grandi Dionisie ad Atene, venne presentata per la prima volta Medea, la famosa tragedia di Euripide in cui la protagonista, dopo conflitti interiori e dilemmi, uccide i suoi due figli quasi come vittime sacrificali. L’orribile delitto si consuma per vendetta contro il marito Giasone che l’aveva abbandonata per sposare Glauce, figlia di Creonte, re di Corinto.

Da quasi 2500 anni, atti abominevoli come questo si sono perpetrati tante e tante volte, avendo come impensabili responsabili i padri o, più spesso, le madri: l’azione più contro natura che si possa immaginare.

Solo in Italia, negli ultimi 20 anni, sono stati uccisi così quasi 500 bambini, in un intreccio di storie drammatiche, separazioni, gelosie, vendette, che hanno trasformato i figli, frutto dell’amore di un uomo e una donna, in un’arma di ricatto, attraverso cui punire l’ex per l’abbandono subito.

In questo modo, stando alle notizie che stanno trapelando, si è generata l’ennesima tragedia in un paesino del catanese con una giovanissima madre autrice della morte della sua bambina di quasi 5 anni.

Sono strazianti le immagini della videocamera della scuola materna che mostrano la corsa della piccola Elena verso la mamma Martina che era andata a prenderla a scuola. Un abbraccio prolungato, il volto felice della piccola che si abbandona tra le braccia della mamma… Dopo circa due ore, quelle stesse braccia sono diventate violente, strumenti di morte che hanno messo fine alla tenera vita di una figlia la cui unica colpa era quella di essere nata da una relazione molto precoce, finita troppo presto.

Dal racconto della mamma, reso noto dai carabinieri, sembra che la ragazza non ricordi cosa sia accaduto nel momento tragico. Nella sua mente si sovrappongono immagini frammentarie, un coltello che non sa più dove sia, il forte pianto che l’ha scossa quando si è resa conto che la bimba era morta… Contemporaneamente però pare esserci anche una lucidità contraddittoria. Inizialmente, infatti, Martina era stata in grado di imbastire una narrazione in cui parlava di uomini incappucciati che avrebbero rapito la bambina per ritorsione verso il padre, a causa dei suoi trascorsi.

È difficilissimo dare un senso a eventi come questo, che sovvertono le leggi naturali della generazione, dell’amore materno, della filiazione. Ogni commento sembra un balbettio di fronte al dolore inconsolabile del papà, dei nonni, della maestra che, in una intervista televisiva, non sa darsi pace per quel banco ormai vuoto.

Come è possibile che una madre tolga la vita ad un figlio. L’amore viscerale che lega questi due esseri può dare vita, ma se diventa possessivo, soffoca, costringe, controlla, e può giungere anche ad uccidere. È estremamente difficile da comprendere.

Una ragazza di 18 anni, forse al suo primo grande amore, ha una figlia e probabilmente sente di avere tutto il meglio per sé e per il suo futuro… presto però tutto ciò si sgretola, finisce il legame, la separazione spezza i sogni e le aspettative coltivate. Quando, poi, il partner si unisce in una nuova relazione, giorno dopo giorno si fa strada, insinuandosi, la gelosia, il desiderio di far soffrire l’altro come si sta soffrendo e così, in modo inconfessabile, può farsi strada questo progetto terribile.

L’accusa per Martina è di omicidio pluriaggravato e occultamento di cadavere. Ci penseranno i giudici e i periti a stabilire se c’è stata infermità mentale, se nella psiche della giovane donna c’è stato un allontanamento delirante dalla realtà che l’ha condotta a compiere quel maledetto gesto.

Quanta consapevolezza c’è per Martina per ciò che ha compiuto? Sarà mai in grado di contenere una simile verità? E tutti gli altri familiari, potranno mai voltare pagina e riprendere una vita normale? E poi, c’erano segni premonitori? Si poteva fare qualcosa per evitare ciò?

Tante domande che forse con il tempo troveranno risposta. Per ora si prova solo tanta pena e una forte compassione. Ciò che rimane è un immenso dolore da attraversare, un dolore apparentemente senza senso per il quale non ci sono parole e che forse solo un’ottica di fede può rendere umano.

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