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Italia > Felicemente

Come la forza di volontà definisce la nostra identità

di Benedetta Ionata

- Fonte: Città Nuova

Qualcuno considera la nostra volontà una forza che reprime alcuni aspetti della personalità, invece ha la funzione di coordinare le energie umane per contribuire alla realizzazione della persona.

Quando si pensa alla volontà, ad oggi, è ancora abbastanza diffusa quella convinzione che ci porta a considerarla una forza severa che proibisce, condanna, reprime la maggior parte degli aspetti della natura umana e che ci spinge a definirla come negazione del desiderio. La volontà come ansioso senso del dovere, come condanna, come repressione di una parte di noi stessi, come rifiuto di ciò che siamo, è sempre un tipo di volontà che va a scapito di qualche altra cosa e quindi reprime. Invece la nostra volontà, che ha origine dal centro del nostro essere, non è a scapito di nulla; non impone ma coordina; non spinge, non sforza, non condanna né reprime, semplicemente dirige.

La vera funzione non è quella di agire contro gli impulsi della personalità per forzare la realizzazione dei nostri scopi, piuttosto è più simile ad una funzione direttiva e regolatrice, che rimette in equilibrio ed utilizza tutte le altre attività ed energie dell’essere umano senza reprimerne nessuna. Questa funzione della volontà potrebbe essere paragonata a quella del timoniere di una nave: sa quale deve essere la sua rotta, e la mantiene con fermezza, nonostante le sbandate causate dal vento e dalla corrente.

Vedere la volontà in questo modo ci permette di considerare ogni atto di volontà un ritorno a noi stessi, a ciò che possiamo e non possiamo fare ed essere, e ci permette di vedere i nostri limiti ma anche le nostre possibilità. La nostra identità si fonda dunque su singoli atti di volontà che noi facciamo, o dalla loro assenza, e questo ci permette di affermare noi stessi. Autoaffermazione significa creare uno spazio per se stessi, in cui allo stesso tempo ci ritroviamo a lottare con due forze: la propria pigrizia e paura, e con la reazione sfavorevole degli altri. Infatti quando qualcuno afferma se stesso sono da aspettarsi contraccolpi: invidia, sorpresa, timore.

Ogni nostra autoaffermazione è spesso scomoda per gli altri, perché attinge a risorse limitate a cui tutti ambiscono: attenzione, spazio, tempo, denaro, energia. Per questo i più timidi rinunciano. Cercano di passare inosservati e non avere guai. Però l’affermazione di sé è necessaria in qualsiasi impresa e per qualsiasi tipo di espressione. L’opposto è il fatalismo: rinunciare alle proprie iniziative e porre fuori di noi la causa di tutto ciò che ci capita. Questo atteggiamento può forse essere prudenziale, ma finisce per danneggiarci perché chi vede nel mondo esterno la causa del suo destino, chi si sente organizzata la vita da fattori che sfuggono al suo controllo, ha una maggiore probabilità di essere stressato, ansioso, depresso.

Da questa affermazione si può dire che prendere in considerazione la volontà è essenziale per la salute psichica, tanto che se la ignoriamo tendiamo a reprimere il nostro stesso potere, le nostre facoltà più importanti. Soffermandoci su questo punto, è stato notato in ambito in clinico che quando un paziente scopre la propria volontà, fa un atto di coraggio, coltiva la propria persistenza, prende una decisione importante, sviluppa la propria autodeterminazione, allora è quello il momento in cui trova la sua strada nella vita.

Quando un paziente dichiara di stare meglio è quando si rende conto che in qualche misura è lui stesso responsabile della propria vita. Tutti più o meno affermano: «Se stavo male, in qualche modo, era perché lo sceglievo. Ero io che creavo la mia vita, il mio essere». L’elemento che aiuta queste persone a guarire e a crescere è capire che sono loro stesse a generare o plasmare la propria condizione fallimentare.

Molte volte si sentono persone lamentarsi di essere vittime di ingiustizie, prepotenze, malattie, solitudine, e di molti eventi avversi vari. Tuttavia, nel momento in cui ci consideriamo vittime, siamo completamente impotenti: ci sentiamo invadere dal male e non c’è nulla da fare se non lamentarsi e subire. Ma quando ci rendiamo conto che la situazione in cui ci sentiamo vittime è stata in realtà creata da noi stessi, allora ci sentiamo più liberi e torniamo in possesso della nostra capacità di scelta: possiamo cambiare i nostri atteggiamenti, ovvero la nostra volontà, e tornare a sperimentare un certo grado di soddisfazione e felicità.

 

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