Il numero 6 della rivista Ekklesía, edita da Città Nuova, affronta con coraggio e onestà il tema delle fragilità che attraversano il corpo della Chiesa e della società. In un’epoca segnata da crisi profonde, il fascicolo si interroga su come abitare il dolore senza fuggire, trasformando le ferite in feritoie di luce. L’editoriale di Hubertus Blaumeiser, dal titolo “Rinascere dalla ferita”, ci introduce a una visione pasquale dell’esistenza: non si tratta di negare le piaghe, ma di riconoscerle come il luogo paradossale in cui Dio si manifesta e dove la comunità cristiana può ritrovare la sua autentica missione di ascolto e consolazione.
All’interno di Ekklesía n. 6, la riflessione si snoda attraverso l’analisi di diverse “piaghe”, da quelle storiche a quelle più attuali e dolorose, come lo scandalo degli abusi. In questo contesto, il contributo di papa Francesco diventa una bussola fondamentale: egli invita a “reggere lo squilibrio” e ad abitare le periferie esistenziali con il cuore, evitando la tentazione di un clericalismo che separa e nasconde. A fargli eco è il pensiero di Chiara Lubich, che in un articolo a sua firma affronta il tema del dolore davanti ai problemi insolubili. Per Chiara Lubich, l’abbraccio a Gesù Crocifisso e Abbandonato è la chiave per non restare paralizzati dallo sconforto, trasformando ogni sofferenza in un atto d’amore che genera unità.
Il percorso prosegue con contributi di grande profondità teologica e civile, come quello di Piero Coda, che narra la Chiesa alla luce di quella “piaga segreta” che chiama alla purificazione e al rinnovamento. La rivista esplora inoltre l’importanza di un patto educativo globale attraverso la voce di Vincenzo Zani, sottolineando come la formazione sia l’arma più potente per prevenire le derive dell’indifferenza. Ekklesía n. 6 ci porta anche in contesti di frontiera, come la Siria o l’Amazzonia, dove la testimonianza dei credenti si fa carne viva tra le macerie della guerra e lo sfruttamento ambientale, ricordandoci che la sinodalità è prima di tutto un camminare insieme nelle piaghe dell’umanità.
Nelle sezioni finali del volume, emerge con forza l’idea che la debolezza non sia un ostacolo alla missione, ma la sua condizione di efficacia. Attraverso figure luminose come quella del cardinale Van Thuân, descritta ancora da Hubertus Blaumeiser, comprendiamo che anche dietro le sbarre di una prigione è possibile costruire ponti di fraternità. Questo numero ci consegna un messaggio di speranza concreta: la Chiesa non è una società di perfetti, ma un ospedale da campo dove le ferite, se condivise, diventano il punto di partenza per una nuova narrazione del Vangelo. È un invito a restare vigili e solidali, pronti a scorgere i germogli di risurrezione che nascono proprio laddove la terra sembra più arida e colpita.
Buona lettura!