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Cultura > Mostre

Courbet e la natura

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Uno dei padri dell’Impressionismo, poco conosciuto in Italia, ma tutto da scoprire grazie alla sua arte vellutata, accogliente, mai violenta o superficiale.

Non è troppo conosciuto da noi Gustave Courbet. Una bellissima rassegna al Palazzo dei Diamanti a Ferrara ha segnato forse una inversione di tendenza. Ossia, cominciare ad apprezzare da parte del pubblico un artista che è di fatto uno dei padri dell’Impressionismo.

Dopo oltre 50 anni l’Italia lo mette in mostra e ci si accorge che è un grande. Un rivoluzionario, Gustave. In pieno Ottocento di pittura accademica – temi storici, ritratti, paesaggi – egli si avvicina alla realtà. Ma una realtà che è prima di tutto la vita, la natura. Montagne, tempeste, marine, boschi, animali. E poi villaggi, cacce, corpi.

Un romantico. Che non perde mai di vista ciò che si agita intorno a lui. Quando nel 1842 si autoritrae sullo fondo di un paesaggio insieme al cane, il viso nell’ombra, ma provocatorio, ha già deciso da che parte stare. La tela che due anni dopo esporrà al Salon parigino – Cane e padrone nella natura della Franca Contea dove egli è nato – a 23 anni dice tutto su un giovane che non ha paura di spiazzare i colleghi e la gente.

Gustave non ha paura di essere un rivoluzionario nell’arte. Comincia dai paesaggi. Niente di idillico. Piuttosto una vena intima, ombrosa, e passionale anche a tratti. Gli piacciono le marine nebulose – L’Onda (1870) -, gli inverni solitari – La volpe morta (1864) -, le balze erbose, come Rocce a Mouthier (1855) o indagare La sorgente del Liason (1864).

L’approccio che Courbet ha con i paesaggi è squisitamente romantico, cioè sentimentale. Non sentimentalistico, ossia svenevole. Ma fatto di cuore, di amore per la bellezza sempre nuova della natura. Di sorpresa nel coglierne la varietà, la ricchezza vitale. Nel meraviglioso quadro Rifugio dei caprioli (1866) Courbet entra curioso tra gli animali in pausa, come un amico che li vuole scoprire. I colori sono caldi e al tempo bassi, nessuna nota acuta, non squillano, sono teneramente ombrosi.

È una curiosità gentile quella di Courbet. Anche quando indaga gli uomini. Sia quando si autoritrae nel suo atelier con la modella e gli amici sia quando ritrae un funerale in campagna a Ornans (1849-1850), con la gente vestita di scuro, il prete officiante, il cielo innocuo, velato. Non c’è morte, ma rassegnazione davanti ad un fatto naturale, a cui si è abituati. Pare che Courbet ami le tinte tenui, indefinite. Ma non quando scandalizzerà la gente presentando un nudo femminile – L’Origine del mondo (1866) – senza pudori, in modo quasi arrogante. Realismo dell’uomo, realismo della natura.

Gli Impressionisti si inseriranno nel suo cammino, doppiandolo ovviamente, ma lui rimarrà fedele a sé stesso. Ha iniziato ad entrare nelle profondità della natura, nella vita umana. Lascia il senso di un’arte vellutata, accogliente, mai violenta o superficiale. Si direbbe, musicale.

(catalogo Arte a Ferrara)

Riproduzione riservata ©

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