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Persona e famiglia > storie

L’integrazione e i suoi limiti

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

Un ragazzo di 13 anni, nato in Marocco ma figlio di genitori con cittadinanza italiana, è costretto a rinnovare periodicamente il permesso di soggiorno per questioni legali, e per ora non può disputare partite sportive

Nell’Italia sempre più multietnica, sono numerose le testimonianze di come lo sport possa funzionare da veicolo in integrazione. Eppure anche esperienze positive in questo senso possono arenarsi nei meandri della burocrazia. È il caso di un ragazzo di 13 anni nato in Marocco ma residente in Umbria sin dall’età di pochi mesi, e che – per questioni legali e burocratiche su cui non ci soffermeremo, a tutela della privacy dell’interessato – non ha la cittadinanza italiana nonostante l’abbiano invece i suoi genitori. Di qui una situazione che ha del kafkiano, con il figlio costretto a rinnovare periodicamente il permesso di soggiorno con tanto di registrazione delle impronte digitali; e le lungaggini nel tesserarlo per la società sportiva con cui gioca a pallacanestro.

«Da quest’anno è cambiata la normativa per il tesseramento dei giocatori non cittadini italiani – spiega il padre, peraltro istruttore –, ponendo un notevole aggravio in quanto a documenti e procedure. Per questo è dall’inizio della stagione che attendiamo, senza esito, che la situazione si sblocchi; e nel frattempo mio figlio, che gioca sin da piccolo, non può scendere in campo durante le partite». Una serie di situazioni che pongono a disagio non solo il tredicenne, ma tutta la famiglia: «Mio figlio è molto dispiaciuto, continua a chiedere il perché di queste discriminazioni – prosegue il padre – sia che si tratti di scendere in campo, sia che si tratti delle lunghissime trafile per i documenti. E molto spesso è difficile rispondergli. Di quale integrazione stiamo parlando, finché questi ragazzi continueranno ad essere considerati di serie B? Anche chi vorrebbe integrarsi non lo può fare; una cosa tanto più assurda se parliamo di ragazzi nati o quantomeno cresciuti in Italia».

La famiglia, peraltro, ha sempre tenuto molto all’integrazione: «Mio figlio parla solo italiano, ma dico sempre che non va bene, bisogna conservare entrambe le culture – conclude il padre –; in casa osserviamo sia le festività cristiane che quelle musulmane, e frequentiamo le chiese così come le moschee. Tanto più, quindi, queste discriminazioni ci feriscono. Facendo conoscere la nostra storia, vorrei sensibilizzare sulla situazione che si trovano a vivere tanti giovani e le loro famiglie».

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