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Persona e famiglia > libro del mese

Generazione e nascita

a cura di Elena Cardinali

- Fonte: Città Nuova editrice

Con l’avanzare delle biotecnologie è possibile intervenire e manipolare la generatività. Di fronte alle enormi possibilità che si aprono è lecito chiedersi: fin dove l’uomo può spingersi? Rispondono Marco Schicchitano e Giuliano Guzzo nel libro Restare umani (Città Nuova, 2018)

Dall’epoca della cosiddetta liberazione sessuale, con la dif­fusione dei contraccettivi e lo stravolgimento dei valori con­nessi alla sessualità, si è diffusa l’idea che fare l’amore non do­vrebbe essere inteso più come un atto teso alla generatività, ma piuttosto come, esclusivamente, uno scambio di piacere tra due persone consenzienti, libere e responsabili.

[…]

Dopo la sessualità svincolata dalla generatività, ora è possi­bile, grazie all’avanzare delle biotecnologie che hanno compiu­to progressi tali da permettere la generazione di esseri umani con sempre minore necessità dell’apporto biologico diretto, che anche la generatività sia svincolata dalla sessualità.

Congelamento degli ovuli e degli spermatozoi, fecondazio­ni in vitro, tecniche di gestazione mediante GPA (gestazioni per altri), sono solo alcuni esempi delle tecniche che compor­tano la scissione dell’esperienza umana della nascita della vita in frammenti scomposti.

Frammenti scomposti che si uniscono grazie al desiderio dei singoli, alle capacità tecniche che rendono le pratiche pos­sibili, e all’aggressività espansiva delle aziende che ne ricavano guadagni.

Di fronte a queste enormi possibilità di intervento e ma­nipolazione, è lecito e responsabile porre la questione etica: fin dove l’uomo può spingersi? Queste tecniche permettono interventi a favore o contro l’essere umano?

Partiamo dalle conoscenze scientifiche, genetiche, fisiolo­giche e psicologiche che riguardano la vita, sin dal suo esordio, per rispondere a queste domande.

Generazione: la costituzione della nostra identità

È noto che il bambino, al momento della nascita, non è una tabula rasa, ma è già capace di riconoscere, in presenza di estranei, l’odore della madre (cf., per esempio, Pause 2011; Cernoch et al. 1985; Doucet et al. 2007) e la sua voce (cf., per esempio, Kisilevsky et al. 2009; DeCasper et al. 1980).

Di fatto, quindi, il bambino, quando nasce, a livello biolo­gico porta già in sé un gran numero di esperienze accumulate dai continui scambi con la madre mediante i canali vascolari e sensoriali.

Tali scambi sono di tale portata da poter parlare di uno svi­luppo dell’attaccamento madre-bambino già a livello intraute­rino (Cannella 2005).

Ma questi dati sono semplicemente il frutto di dinamiche che capitano ma che potrebbero anche non avvenire senza nessuna conseguenza, oppure hanno un ruolo e una funzio­ne nello sviluppo umano? C’è un motivo funzionale per cui il bambino familiarizza, ancor prima della nascita, con la voce della madre?

Riteniamo che, probabilmente, a livello evolutivo, il lega­me che s’instaura tra madre e bambino durante la gestazione possa essere ricondotto ad almeno due fattori: il primo fat­tore è lo sviluppo precoce dell’intersoggettività; il secondo è lo sviluppo, in fase prenatale, di quelle dinamiche dell’attac­camento. Entrambi i fattori potrebbero essere necessari a far sentire il bambino protetto nell’ambiente in cui nascerà. La specie umana, infatti, è tra le più vulnerabili alla nascita e i piccoli umani rimangono dipendenti per più tempo rispetto ai cuccioli animali.

Ricevere cure, attenzioni e sintonia empatica da una per­sona con la quale si sia già sviluppata una capacità di “ricono­scere”, potrebbe essere, quindi, un importante elemento nella costruzione dell’attaccamento infantile.

Questi elementi ci aiutano a riflettere sul fatto che faccia­mo parte di una storia, generazione dopo generazione.

Normalmente si intende il termine generazione in senso orizzontale, cioè l’insieme di individui nati più o meno nello stesso periodo, il gruppo che svolge insieme le varie tappe del­la vita: si diventa adolescenti nello stesso periodo, si fa l’ingres­so nel mondo del lavoro più o meno negli stessi anni. Si dice, ad esempio, “la generazione x” o la generazione dei Millenials (i cosiddetti “2000”).

[…]

Si può, però, attribuire al termine generazione anche un senso verticale. In tal senso, con il termine generazione dob­biamo intendere l’atto di generare di una madre e di un padre.

Generare: due corpi che si uniscono nell’atto dell’amore, due storie e due vite che s’incontrano e danno vita a un indivi­duo nuovo, irripetibile, ma, allo stesso tempo, ancorato a una storia genealogica.

La madre e il padre non forniscono al neonato solo il mate­riale biologico che ne compone il corpo, ma gli trasmettono, in qualche modo, la loro storia genealogica, che è anche la sua, e le narrazioni e relazioni che vanno a costituire una parte della sua identità.

[…]

Appare chiaro così che, accanto all’individualità irripeti­bile di ciascuno, esiste una concreta realtà che permea cellule, molecole, comportamenti e vicende personali: la storia familia­re. Tornando alle nostre domande, mi sembra lecito chiedersi ora: tutto questo rappresenta una ricchezza? Se sì, va tutelato?

 

Da RESTARE UMANI, sette sfide per non rimanere schiacciati dalla tecnologia di Giuliano Guzzo e Marco Scicchitano (Città Nuova, 2018); pp. 144 – prezzo: € 15,00

 

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