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Italia > Società

Quei due piccoli amici rom

di Patrizia Gianotti

- Fonte: Città Nuova

Una breve testimonianza di accoglienza nel contesto di un oratorio

ll mese scorso un mio amico della Comunità di Sant’Egidio mi ha chiesto di andare a prendere, per riportarli a Milano, due ragazzini Rom di ritorno dalla colonia estiva con la Parrocchia di Sant’Antonio Abate di Valmadrera. Sant’Egidio conosce queste famiglie e tante altre dai tempi delle baracche e degli sgomberi. Ho acconsentito volentieri, anche spinta da una certa curiosità.  Per questi due ragazzini la settimana in montagna offerta dall’oratorio è l’unica vacanza possibile perché le loro famiglie devono sostenere spese ben più importanti.   Nel comune lecchese i responsabili mi dicono che Silvio e Fernando si sono comportati bene e che la vacanza è stata molto positiva.

In macchina i ragazzini non stanno zitti un attimo e raccontano molto di giochi, camminate, scherzi, amici simpatici ma anche qualcuno che ha fatto domande indiscrete. Hanno subito deciso di mettere le loro risorse in comune, soldi e cibo, mentre altri, che hanno parecchio di più, si mostrano meno generosi. Mi raccontano che frequentano la seconda media, tutti e due promossi con buoni voti.

I ragazzi fanno anche commenti spiritosi sulle persone e su quanto hanno osservato “Le mosche di montagna sono più stupide di quelle di città. Mi piacerebbe capire perché”.  Come tutti i ragazzini, sono contenti di tornare a casa, ma anche un po’ dispiaciuti perché si sono trovati bene.

Davanti al portone della casa in cui vive Silvio, ci aspettano i genitori di Fernando che abitano in provincia di Cremona. La mamma, che ha chiesto un giorno di ferie, è in giro dal mattino presto per via della scarsità di pullman. Il padre è appena rientrato da Varese dove ha trovato “un lavoro che molti non vogliono fare”, cioè la bonifica di un’area contaminata dall’amianto. Mi ringraziano mille volte. Vivono e lavorano nel nostro paese, i loro figli frequentano le nostre scuole, ma sanno di essere dei Rom e si sentono in colpa per avermi disturbata.

A sentirmi in colpa però sono io perché appartengo a una società che, invece di praticare politiche di inclusione, mette in discussione la legittimità della difesa dei diritti umani e perché vivo in un Paese in cui la perdita di speranza si è tradotta in perdita di umanità, un Paese che dovrebbe “aver vergogna di aver perso la vergogna”.

Riproduzione riservata ©

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