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Italia > Opinioni

16 marzo 1978

di Attilio Menos

- Fonte: Città Nuova

I ricordi di un nostro collaboratore nel giorno dell’omicidio di Aldo Moro. Quando tutto si è fermato

 

 

16 marzo 1978. Ventun anni, studente universitario fuori sede, approfittavo di un passaggio in pullman di un gruppo di sacerdoti in viaggio dalla Campania a Roma per una loro riunione, mentre io dovevo prendere un aereo per la Sardegna.

A metà viaggio si buca una ruota del bus e ci fermiamo per alcune ore in un Autogrill nel Frusinate. C’era fermento e sgomento. Le radio rimbalzavano la notizia del rapimento di Aldo Moro. Dopo qualche ora lo scenario che mi si apre a Roma è da fermo immagine. Le persone stralunate, le continue sirene delle auto delle Forze dell’Ordine. Alla stazione la chiusura del cofano di una macchina, normalissimo rumore, mette in allarme tutti i pedoni in procinto di attraversare. All’aeroporto le fasi dell’imbarco solitamente una routine, diventano straordinarie.

Nei 55 giorni che seguirono ricordo una netta sensazione di “scivolosità”, una calcolata volontà di decidere di non decidere, parafrasando le parole di Giovanni Moro, figlio dello statista, 40 anni dopo.

Credo che nessun politico sia rimasto netto e stagliato nella mia formazione giovanile come Aldo Moro, tra i pochissimi ad avere una visione alta e a contorni netti della Politica, scritta apposta in maiuscolo.

Non poteva essere salvato un uomo che con la sua pacatezza e lungimiranza metteva a soqquadro il castello di carte delle “strategie” che tanti danni hanno operato in Italia. Non è stato salvato per una distorta comprensione della ragion di Stato – altra analisi del figlio – ma continua, nonostante tutto, a dire la sua ancora oggi, sempre per chi ha orecchie e cuore di intendere.

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