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Cultura > I film della settimana

“Dio ride”. Sì, molto probabilmente

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

In sala il bel film di Giovanni Veronesi sul frate “ridente” del ‘600, Leopoldo da Casamacchia, condannato dall’Inquisizione. Una parabola valida ancora oggi

Il regista Giovanni Veronesi (al centro) con gli attori Pierfrancesco Favino (a destra) e Silvio Orlando alla presentazione di Dio ride alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, il 12 settembre 2026. Il film è fuori concorso. Credit: ANSA/FABIO FRUSTACI.

Per fra’ Leopoldo da Casamacchia, Dio non è quello biblico delle condanne severe, come pensa la Chiesa del suo tempo, e gli dice che «nella Bibbia mai è scritto che Dio rida». Davvero? E allora Cristo che sorride tra i bambini, che «esulta» per chi è piccolo nell’anima è forse un Dio da giudizio universale?

Come è facile far dire a Dio quello che non è. È anche una delle idee di un film atipico, finalmente bello, con un contenuto serio ma non serioso, e libero e gioioso in tante scene. Ma non ridanciano, questo è chiaro. Non più solo para-fiction o intrattenimento o complicazioni psichiatriche.

Dio parla ai semplici, agli emarginati, agli analfabeti come il frate umbro che si prende cura del vecchio priore veneto moribondo durante la peste di metà ’600, degli orfani, dei contadini, raccontando un Vangelo divertente, con scene gioconde e fantasiose: ha capito che l’essenza del Vangelo è l’amore e l’amore è fantasioso se libero. Liberante anche per i nobili, come la contessina vittima di un marito manesco, e senza figli.

Naturalmente costui e il parroco non gradiscono la predicazione del frate che attira le folle e lo denunciano insieme al mostruoso priore all’Inquisizione di Siena. Anche il Vaticano viene interpellato e papa Innocenzo X vi manda il cardinale Maculani, un ambizioso papabile che ha avuto a che fare con Galileo.

L’uomo indaga, partecipa di nascosto alla predicazione, capisce che c’è qualcosa di diverso nel frate, lo vorrebbe salvare, lo isola dentro una caverna. La folla però attende il frate, la sua predicazione gioiosa, piena di fede cristallina, senza schemi. Il cardinale è scosso, e lentamente è preso dal dubbio: ma non sarà che quest’uomo analfabeta è più vicino a Dio di lui e dell’istituzione?

E qui appare un altro snodo del film: i carismatici, le persone semplici e libere sono sempre osservate con timore e stupore dall’istituzione, qualunque essa sia, nel caso dalla Chiesa: è accaduto, fra gli altri, a Bernardino da Siena, Savonarola e non ultimo Francesco d’Assisi, ai quali qualche riferimento si avverte lungo il film, qua e là.

L’Inquisizione arresta fra’ Leopoldo, lo porta a Roma davanti al papa e ai cardinali: una scena formidabile e scenograficamente perfetta, tratta dalla pittura contemporanea, dove il papa Innocenzo X, così torvo, ha il volto somigliantissimo di Carlo Cecchi che echeggia il ritratto di Velázquez.

Il frate «eretico» sommuove le certezze di un apparato giuridico secolare, viene visto come un uomo pericoloso. Va domato o condannato. Il cappuccino, amato dai puri di cuore come il giovane fra’ Giacinto (Francesco Cheghi) e dalla moglie del conte perfido, Isabella (Alma Noce), è vittima di una visione implacabile e ora è davanti al papa severo che vorrebbe annichilirlo.

È qui l’apice del film. Il povero torturato trova il coraggio di essere sé stesso e di dire qual è il Dio in cui lui crede, diverso dall’istituzione. Un coraggio che addirittura sconvolgerà il vecchio cardinale (Silvio Orlando) e che forse farà miracoli. Dio, infatti, per fra’ Leopoldo, ride. E dove? Nello sguardo dei neonati, dei ragazzini, dei poveri. Sta qui il centro del film ambientato nell’età barocca, età lucida, spietata, sicura di sé e perciò ostile ad ogni novità religiosa.

Il film è davvero bello, sceneggiato con cura, privo di piacevolezze o leggerezze, illuminato dalla pittura barocca nei ritratti umani (Reni, Guercino, Caravaggio) e da una fotografia meravigliosa di caverne, dirupi, acque, foreste e interni di luoghi solitari e dirupi. Interpretato efficacemente da Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando – il migliore, forse – e da un cast ben scelto, nel dialetto umbro-toscano che da solo crea un’atmosfera popolare suggestiva, il lavoro è particolarmente prezioso.

In una Chiesa e in una società che spesso non amano la gioia ma l’incupimento e la superficialità, l’abbondanza di parole invece del linguaggio limpido e accessibile, le regole dure e il non-ascolto autentico, il film di Veronesi, anche senza che lui se ne sia accorto, è una lezione di vita che vale per ogni tempo. È meglio ascoltare la propria coscienza, seguire la propria piccola luce, anziché salvarsi con l’opportunismo?

In questo film, un’eccezione nel nostro panorama sfinente, emerge anche con leggera giocondità, pur nel dramma e nel dolore, la richiesta urgente dell’autenticità e della libertà. Detto attraverso pure una figura gaia, ma non burlona né maccheronica – si ride, ma non è la risata grassa bensì quella gentile –, che ha capito cosa sia la fede in Dio: anche scherzo, gioia. Da non perdere.

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