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Brasile, la vittoria di Lula contro la destra evangelicale e dell’agrobusiness

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

La complessità dei problemi che deve affrontare la quarta presidenza di Lula nell’intervista a padre Dario Bossi, missionario comboniano promotore della rete dei movimenti popolari molto attivi nel Brasile al centro di una competizione internazionale per il controllo delle sue grandi risorse. La resistenza della Chiesa cattolica vicino agli oppressi mentre avanza l’egemonia del fondamentalismo parareligioso

Vittoria al ballottaggio per le presidenziali del 25 ottobre 2026 di Luiz Inacio Lula da Silva EPA/SEBASTIAO MOREIRA

Il dato finale del ballottaggio per le elezioni presidenziali in Brasile attesta la vittoria del presidente uscente Lula che ha raccolto il 51,74% delle preferenze contro il 48,2% del rivale Bolsonaro. Un risultato del tutto inatteso. Ne abbiamo parlato con padre Dario Bossi che è un missionario comboniano italiano naturalizzato brasiliano dopo aver trascorso oltre 20 anni nel grande Paese latino americano ricco di risorse naturali e di forti contraddizioni sociali.

La lotta contro le intollerabili diseguaglianze avviene in un contesto dominato dalla contesa per il controllo delle riserve minerarie decisive per la competizione tecnologica in campo civile e militare che interessa la politica internazionale. Gli Stati Uniti considerano il Brasile come parte del cortile di casa mentre il Paese carioca compone l’iniziale dei Brics, il gruppo di cooperazione che raduna le economie emergenti nel mondo extra Usa. Un vero e proprio laboratorio politico, religioso e tecnologico globale.

Padre Dario è rientrato in Italia lo scorso dicembre ma mantiene stretti rapporti non solo con la sua comunità religiosa, di cui è stato responsabile a livello nazionale, ma anche con la vasta rete dei movimenti popolari che papa Francesco ha riconosciuto come i reali attori di quella giustizia sociale ed ambientale senza la quale è compromesso il futuro all’umanità intera.

Il religioso missionario, ora a Verona, è ovviamente contento della vittoria di Lula alle elezioni presidenziali, anche se non può che esprimere una valutazione realistica della situazione dopo anni di impegno sociale come coordinatore della rete Iglesias y Minería, che si batte a fianco delle popolazioni locali e dei popoli indigeni contro le violazioni socio-ambientali perpetrate dalle multinazionali.

In Brasile i comboniani hanno come punto di riferimento ed esempio la vita di Ezechiele Ramin, il giovane missionario veneto trucidato nel 1985 dai sicari armati dai latifondisti che fanno grandi affari con l’agrobusiness. Ma questa testimonianza che nasce da una Chiesa viva che si pone dalla parte degli oppressi deve fare i conti da tempo con la crescita di un fondamentalismo religioso che sostiene politicamente l’ultradestra.

In che modo, padre Bossi, la crescita del fondamentalismo evangelicale incide sul risultato elettorale che ha consegnato la maggioranza del parlamento alla destra bolsonarista?

Il legame tra il fondamentalismo religioso e i risultati elettorali è fortissimo, con una spiccata dimensione internazionale. Non è un caso che movimenti come quello di Trump negli Stati Uniti si rispecchino in questi gruppi in Brasile. Fin dai tempi della risposta alla Teologia della Liberazione, il Paese è stato un laboratorio per gli USA su come utilizzare la religione per alimentare il boicottaggio verso l’impegno sociale. Tutto il lavoro condotto sulla dottrina sociale della Chiesa — la difesa della terra, dei diritti delle minoranze, dei popoli indigeni e la lotta al razzismo — è stato minacciato da un fondamentalismo che non solo nega il diritto di manifestare una fede diversa, ma giunge a perseguitarla.

Come si pone in tale contesto la figura di Lula?

Lula esprime interesse e apertura verso il dialogo interreligioso pur riaffermando la sua identità cattolica.

Una scelta che lo ha penalizzato o favorito?

Ci sono stati 50 vescovi brasiliani che hanno invitato a sostenere Lula prima del secondo turno elettorale. A differenza della linea più prudente della conferenza episcopale (CNBB), hanno affermato con chiarezza che in certi momenti della storia non pronunciarsi significa rischiare una complicità pericolosa.

Il pericolo resta anche dopo le elezioni. Si può scivolare verso un colpo di stato sostenuto dagli Usa di Trump?

Non vedo il pericolo immediato di un colpo di Stato militare come è stato tentato da Bolsonaro senior nel 2022, poiché oggi i militari non sono schierati in modo compatto con Bolsonaro. Il pericolo reale è invece quello dell’impeachment: la maggioranza parlamentare ha la forza di avviare procedimenti con estrema facilità. Lula potrà proteggersi da questo rischio solo mantenendo costante la mobilitazione popolare.

Sostenitore di Bolsonaro a Porto Alegre in Brasile. ANSA EPA/RICARDO RIMOLI

Quindi, considerando l’alto livello della violenza presente in Brasile c’è il rischio di una forte destabilizzazione guidata dalle milizie o da ingerenze esterne?

Ci sono stati forti segnali di violenza, minacce e sparatorie da parte del campo bolsonarista. Tuttavia, la risposta massiccia della società civile — dagli studenti autoconvocati ai sindacati e ai movimenti organizzati — unita all’attenzione della comunità internazionale, costituisce un argine solido. Il pericolo più evidente risiede nella manipolazione dell’informazione e nell’algoritmo delle piattaforme come Meta. Candidati giovanissimi dell’estrema destra (come Nikolas Ferreira) sono stati eletti con milioni di voti grazie a un’iniezione sproporzionata di visibilità sui social, raggiungendo oltre 160 milioni di visualizzazioni.

Alla fine Lula si trova a governare con un Parlamento a maggioranza bolsonarista. Quali sono i rischi e le strategie per garantire la stabilità politica?

Questa è una grande contraddizione. Per governare, una via è la composizione di un governo di coalizione ad ampio raggio, coinvolgendo il centro e la destra meno radicale. L’altra strada fondamentale è non interrompere il filo diretto di comunicazione con la popolazione, stabilito mediante la mobilitazione di piazza e l’uso intensivo delle reti sociali, in particolare WhatsApp.

La scelta della presidenza Lula di dialogare con l’agrobusiness e adottare una linea riformista è stata vista da alcuni dei movimenti popolari come una debolezza. Si è trattato di un necessario compromesso?

Da un lato Lula ha stretto un patto con l’agricoltura familiare, il Movimento dei Senza Terra (MST) favorendo la distribuzione delle terre a scapito del latifondo. Dall’altro ha fortemente finanziato l’agrobusiness. Non a caso, al primo turno Lula ha perso soprattutto nei piccoli municipi rurali dell’interno, dominati dal capitale latifondista. Questo doppio binario preoccupa, perché porterà inevitabilmente a scontri sull’uso degli agrotossici e sull’espansione dei progetti estrattivi.

 In che modo si può arginare una tale pressione?

Ci sono stati segnali importanti, come la nomina al Ministero dell’Ambiente di una figura competente e trasparente come Marina Silva, che ha realizzato frutti straordinari: la deforestazione in Amazzonia è crollata del 41%. Inoltre, una parte dell’agrobusiness inizia a comprendere che la sostenibilità ambientale conviene per mantenere l’accesso ai mercati internazionali. L’organizzazione della COP30 in Brasile ha aiutato questa riflessione, anche se l’agrobusiness rimane il principale responsabile del conflitto climatico nel Paese.

E sul piano sociale quali sono i provvedimenti principali adottati e come ha reagito il settore finanziario?

Abbiamo visto che subito dopo i risultati delle elezioni c’è stata una reazione penalizzante dei mercati finanziari, con il crollo delle borse, ma il governo Lula non intende arretrare nel sostegno a misure di grande impatto sociale, come la proposta di riduzione della settimana lavorativa a parità di salario, o le misure per l’accesso universale dei giovani al sistema educativo a tempo pieno.

E in campo fiscale cosa ha fatto finora la presidenza Lula?

È stata introdotta l’esenzione da imposte per chi percepisce meno di 5.000 reais al mese (828 euro circa), aumentando l’aliquota per i redditi superiori a 600.000 reais (oltre 99 mila euro), oltre alla presentazione di un disegno di legge sulla tassazione dei grandi patrimoni. Un gesto estremamente coraggioso è stata l’abolizione del sistema delle scommesse online, che stava generando un ciclo drammatico di indebitamento tra le fasce più povere. Il governo si è messo contro il potere finanziario e persino contro le società di calcio fortemente sponsorizzate da questo settore. Resta fondamentale ora la scelta della persona per la carica di ministro delle finanze.

Come si spiega la perdita di fedeli da parte della Chiesa cattolica e l’ascesa delle confessioni evangelicali?

L’avanzata pentecostale è il frutto di un investimento finanziario e strategico enorme dai Paesi del Nord America (con movimenti come The Send), basato sulla teologia della prosperità, sull’individualismo e su uno stile mediatico, emozionale e coinvolgente per i giovani.

Anche ambienti cattolici sono stati influenzati da questa tendenza ?

Abbiamo visto in questi anni un forte investimento da parte di ambienti cattolici conservatori su youtuber e leader messianici legati all’estrema destra, sostenuti da gruppi finanziari e da correnti conservatrici europee (in particolar da Polonia e Spagna) legate all’ideologia della neocristianità.

 Che fine ha fatto la Teologia della Liberazione in Brasile?

È in parte intimidita e ha perso vigore nella riflessione teorica generale di massa, ma rimane viva e capillare nella pratica quotidiana delle periferie, dei movimenti sociali e delle pastorali. Inoltre, si è sviluppata e raffinata in nuove forme espressive adatte al presente: la teologia femminile, la teologia indigena, il dialogo interreligioso e la teologia del territorio, come testimonia la rete Iglesias y Minería (Chiesa e Miniera) che ha contribuito al Sinodo sull’Amazzonia.

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