Anzitutto considero un grande onore essere qui oggi per questa tappa di un cammino, una delle sessioni del dialogo sul Codice per una Nuova Europa, iniziato nel luglio del 2023.
Mi ha colpito, in particolare, un’espressione che i curatori utilizzano nell’introduzione al documento, e cioè l’idea di un’Europa “bella e possibile”. È una espressione impegnativa, tutt’altro che estetizzante.
Parlare oggi di un’Europa bella e possibile significa sottrarsi a due tentazioni opposte: da una parte, il realismo rassegnato di chi considera inevitabili le attuali difficoltà e si limita a dare consigli su come gestirle; dall’altra, l’idealismo astratto di chi proclama grandi principi senza interrogarsi sulle condizioni necessarie per realizzarli. Tra la rassegnazione e l’astrazione si colloca lo spazio della politica democratica: il luogo in cui l’immaginazione incontra la responsabilità e in cui ciò che appare impossibile può diventare, attraverso l’impegno comune, concretamente realizzabile.
Il tema che mi è stato affidato è quello della missione di pace dell’Europa. A questo proposito, una volta Gabriel Garcia Marques dichiarò: «Viva la paz con los ojos abiertos». Per parlare di pace bisogna avere gli occhi aperti, bisogna essere attenti e vigili.
Talvolta l’Unione Europea è stata rappresentata come un dinosauro erbivoro in un mondo selvaggio popolato da carnivori. Questa rappresentazione caricaturale deriva da un fraintendimento fondamentale del progetto europeo, inteso come una versione naif del disegno di una pace perpetua secondo la proposta di Immanuel Kant nel 1795.
Nel 2012, l’Unione Europea ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. In effetti, la guerra è stata, per così dire, “disinventata” nella UE. In modo non solo dichiarativo, come è nello statuto delle Nazioni Unite.
La disinvenzione della guerra, nell’Unione opera, infatti, attraverso i Trattati (in pratica, la costituzione europea, la polity), attraverso meccanismi istituzionali e diversi livelli di governo (la politics), e attraverso le politiche concrete (le policies). E tuttavia, dando per scontata che la pace interna alla UE sia ormai un dato acquisito, come ci poniamo verso la pace esterna, in termini di responsabilità e di iniziativa per la risoluzione dei conflitti?
L’operazione preliminare che dobbiamo fare è decolonizzare l’idea di pace. La pace è una bella cosa, una cosa da premio Nobel, ma non può essere un privilegio geografico. Ad esempio, abbiamo letto molte analisi, dopo l’aggressione russa all’Ucraina, sul “ritorno della guerra in Europa”, come se i sanguinosi conflitti per la dissoluzione della ex-Jugoslavia, negli anni ’90, non riguardassero l’Europa, come se le guerre nel Caucaso meridionale (Nagorno-Karabakh, Georgia) non si svolgessero anch’esse nell’area politico-strategica ove l’Europa si colloca. E gli stessi stati membri dell’Unione Europea hanno partecipato attivamente ad interventi militari illegali, come nel caso dell’Iraq nel 2003 o della Libia nel 2011, senza contare le operazioni nazionali assai dubbie nel Sahel e in Africa Centrale.
Oggi ci troviamo in una profonda crisi di sicurezza nel cuore dell’Europa, nella quale la UE non è stata in grado di lanciare un’iniziativa diplomatica che le consentisse di affiancare, con determinazione, pur senza farsi illusioni, un binario politico a quello del sostegno militare e finanziario alla difesa dell’Ucraina. Si obietta che sarebbe stato, forse, inefficace. Ma è stato sicuramente inefficace non averlo fatto.
A questo riguardo, c’è una discussione su come debba essere interpretato l’aggettivo “giusta” riferito alla pace in Ucraina.
Il concetto di pace giusta è anzitutto inteso in senso normativo, implicando l’idea di un pieno ed incondizionato ripristino della sovranità, indipendenza ed integrità territoriale dell’Ucraina. In questo momento mi pare improbabile che ciò possa avvenire. E allora l’aggettivo giusta potrebbe essere agganciato alla pace in modo più praticabile. Ciò non vuol dire accettare qualunque risultato (una pace empirica, che rischia di essere una pace cinica) ma come qualunque risultato accettato dall’Ucraina in determinate e rigorose condizioni, e cioè nel corso di negoziati paritari, condotti senza pressioni esterne, senza ricatti o ultimatum, e nel pieno esercizio dei suoi poteri di nazione sovrana (pace deliberativa).
Come disse il Presidente Woodrow Wilson al Congresso americano nel gennaio del 1917, la soluzione sta nel perseguire una “pace senza vittoria”.
In considerazione delle circostanze in cui ci troviamo, nessuno, penso, può negare l’urgenza di una difesa europea. Purché si comprenda che essa non è soltanto una questione militare o strategica. È anche una questione di percezione della minaccia.
Non si potrebbe spiegare altrimenti la decisione di Svezia e Finlandia – rispettivamente dopo 200 anni e 75 anni di neutralità – di entrare nella NATO. Dunque, una questione di relazioni. Di qui la necessità, nel breve periodo, di ridurre l’incertezza e, a medio e lungo termine, ricostruire un minimo di fiducia, di ridare vigore a regole condivise. L’idea di una nuova Helsinki, che il Codice sostiene, è un appello alla UE affinché non rinunci a una visione paneuropea, con una prospettiva politica che sia al contempo accorta e propositiva, ancora più necessaria nel momento in cui le due sponde dell’Atlantico sembrano allontanarsi. Il che significa, quanto meno, puntare, Europa, al grado zero delle relazioni internazionali, e cioè la coesistenza pacifica come minimo sindacale.
In questo processo, più che alla difesa dell’Unione, dovremmo puntare all’Unione della difesa, recuperando dal naufragio del 1954 la Comunità Europea di Difesa. Una semplice costellazione di programmi di riarmo nazionale dei singoli Stati membri dell’UE contiene pericoli e insidie.
Il lancio da parte della Commissione europea dell’iniziativa “ReArm Europe” non va in questa direzione. Manca quasi totalmente un elemento integrativo di natura politico-istituzionale. Salvo, forse, ed in misura limitata, per l’industria della difesa. Ma soprattutto manca un parallelo investimento politico e finanziario sulla diplomazia preventiva e la difesa non armata e non violenta, con risorse e strutture adeguate alle sfide del presente.
Inoltre, una politica della difesa senza una politica estera europea è poco credibile, ed a sua volta quest’ultima è praticamente impossibile da articolare se non cambia il sistema di voto dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Anche l’idea di Ursula von der Leyen di un Consiglio di Sicurezza europeo, recentemente esposta al Parlamento Europeo, è velleitaria senza l’integrazione politica nella difesa. Il veto esiste non solo nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma anche nel Consiglio Europeo.
Certo, si possono imboccare le strade delle clausole-passerella, delle cooperazioni strutturate permanenti, delle cooperazioni rafforzate tra un gruppo di stati. Strade piuttosto impervie, per la verità, visto che per lo più dovrebbero essere autorizzate anch’esse all’unanimità. Oppure creare un’aggregazione di stati apripista, non esclusiva ed aperta a nuove adesioni. Tutto ciò è ampiamente discusso, con competenza, nel testo del Codice.
Si è poi verificato un fenomeno inedito, che finora si era presentato in forma disgiunta: nel gergo UE, l’alternativa tra l’approfondimento e l’allargamento. Gli stati membri sono stati, nel tempo, o a favore dell’integrazione e a sfavore di ulteriori allargamenti dell’Unione o, viceversa, favorevoli all’allargamento proprio perché ritenuta la migliore strategia per fare dell’Unione un grande mercato e basta. Ma non era mai accaduto che molte forze politiche e diversi paesi fossero, al contempo, sfavorevoli sia all’approfondimento che all’allargamento.
È una conseguenza della rinazionalizzazione delle politiche europee, che ha effetti enormi anche sulle relazioni esterne. Basti pensare alle migrazioni, con la scelta al contempo disumana e inefficace della delocalizzazione degli hub di rimpatrio in Paesi terzi.
Se la UE è un’isola felice – e non lo è – si trova però in mezzo ad una tempesta epocale. Ampliando lo sguardo, infatti, la metafora che meglio descrive il deliberato e sistematico processo di smantellamento delle relazioni internazionali, guidato purtroppo dagli Stati Uniti e dalla Russia, due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, è quella del “colpo di Stato” mondiale. E lo stato di eccezione, da condizione provvisoria, diventa il paradigma politico dominante nell’arena mondiale.
Oggi assistiamo alla destrutturazione dell’idea della società internazionale come processo di civilizzazione (e, in ultima analisi, di democratizzazione) dei rapporti tra stati basati su norme e regole, a favore di quella, più antica e primordiale, di sistema internazionale come campo di rapporti di forza.
Nella nuova strategia di sicurezza nazionale degli USA c’è una posizione inequivocabile: “Difendiamo i diritti sovrani degli Stati contro le incursioni che erodono la sovranità da parte delle organizzazioni transnazionali più intrusive”. Tra esse, naturalmente, c’è la UE.
Quando la Gran Bretagna abbandonò l’Unione Europea nel 2016, fu inventato il temine “Brexit”, poco elegante ma efficace. Siamo ora giunti (chiedo perdono per l’orribile neologismo, ancor meno elegante) alla “Westexit”, cioè ad una “uscita dall’Occidente”?
D’altra parte, da molto tempo, e ciò prescinde dalla seconda Presidenza Trump, Europa e Stati Uniti non concordano su alcuni valori fondamentali. Prendiamo il caso della pena di morte, abolita dappertutto nel Vecchio Continente, vigente più che mai a livello statale negli USA. Qui si tratta del diritto alla vita. Oppure lo stato sociale che, benché in crisi, ha costituito un pilastro del modello politico europeo, e che oltreoceano è considerato l’anticamera del collettivismo. Qui si tratta, invece, di un aspetto centrale dell’uguaglianza e della coesione sociale. Infine, il possesso di armi, ritenuto quasi un diritto inalienabile negli Stati Uniti, ma, per fortuna, ancora soggetto a forte regolazione in Europa, in nome di una sicurezza gestita dallo Stato e non privatizzata.
Una seconda questione riguarda il rapporti dell’Europa con quella vasta parte del mondo, immensamente maggioritaria, che va sotto la definizione, alquanto sciatta, di Sud globale. Il grande storico Arnold Toynbee nel 1952 pubblicò un piccolo libro, a partire dal suo monumentale A Study of History, intitolato Il mondo e l’Occidente. Toynbee riferisce delle obiezioni di quanti avrebbero preferito che il libro si intitolasse invece, invertendo i termini, l’Occidente e il mondo. Al che Toynbee replicò che la ragione del titolo si doveva al fatto che per un periodo lungo almeno quattro secoli, «è il mondo che è rimasto colpito – e duramente colpito – dall’Occidente».
La verità è che oggi il mondo non è più solo post-europeo, ma anche post-occidentale. A metà del secolo scorso nacque il movimento dei non-allineati. Oggi siamo dinanzi a un nuovo fenomeno, quello dei Paesi non allineabili. Per quanto riguarda direttamente noi, dinanzi al mondo abbiamo un problema serissimo, vale a dire il duplice registro europeo nei riguardi dell’Ucraina e nei riguardi di Gaza.
Per concludere. Alcuni osservatori interpretano la fase attuale con lo schema della competizione tra grandi potenze. Ma è ormai evidente che la realtà è piuttosto quella della collusione tra grandi potenze, inclusa la Cina, con le rispettive aree di influenza.
Il vero ruolo europeo nell’arena globale deve consistere nel rifiutare la logica semplificante, pericolosa e illusoria di un bilanciamento di potere di dimensioni globali e adottare quella ben più solida e affidabile del potere di bilanciare. Ciò significa non iscriversi al concorso mondiale della potenza, ma puntare a svolgere una funzione equilibratrice e di facilitazione, non soltanto per la risoluzione pacifica delle controversie, ma anche per relazioni internazionali costruttive e cooperative.
In quest’ottica, l’Europa tanto ridicolizzata dei diritti e del dialogo mi pare assai meglio attrezzata e persino più forte delle superpotenze arroganti dei diktat e degli ultimatum muscolari. Nel mondo post-egemonico, la UE ha un vantaggio comparato.
Un’Europa, forse, certamente kantiana ma ancor più erasmiana, che si confronta cioè realisticamente con la guerra, ma mantiene però la lucidità strategica, concependo la sicurezza come la risultante di un aggregato di fattori (soprattutto sociali e culturali).
Se lo slogan della Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti del 2025 è “peace through strenght” (“pace attraverso la forza”) allora lo slogan della UE in questa fase è sicuramente il suo contrario, “strenght through peace” (“forza attraverso la pace”), vale a dire che solo condizioni di pace offrono stabilità, solidità, sicurezza e, in definitiva, speranza, non solo per gli Europei, ma per tutti i popoli.
