Lampedusa: un’isola di frontiera. Un crocevia di culture proprio per la sua posizione geografica, è luogo d’incontro e di scambio. Sintomatico il fatto che un antropologo, Dionigi Albera, direttore di ricerca emerito al CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) abbia scritto nel 2025 un saggio: Lampedusa. Una storia mediterranea (Carocci). Perché ha sentito l’esigenza di andare personalmente nell’isola? Lo ha attratto una narrazione, davvero originale: una grotta-santuario, luogo di culto già dal VII secolo, frequentata sia dai cristiani che dai musulmani, dove venivano portati vivande e beni di sostentamento disponibili per chi arrivava da lontano e non aveva di che cibarsi.
Non si può passare dall’isola senza passare dalla Madonna di Porto Salvo, un luogo verde tra pini marittimi e pini d’Aleppo, acacie ed eucalipti, lentisco, capperi, ma anche timo e rosmarino. L’isola è un luogo d’incanto proprio per la natura selvaggia, non sempre addomesticata; a circa 130 km dalla costa tunisina alcune Baie, come quella dei Conigli, sono considerate tra le più belle al mondo. Proprio qui, per la sua posizione geografica, si è consumata una tragedia immane il 3 ottobre 2013: 368 morti e pochissimi sopravvissuti. Si è costituito un Comitato che ha preso il nome proprio da questo evento drammatico e, dal 2014, ha organizzato eventi di commemorazione ufficiale coinvolgendo, scuole, docenti, istituzioni, per non cancellare la memoria di quei fatti.
Grazie alla campagna di sensibilizzazione promossa dal Comitato, già dal 2016 il Parlamento italiano ha istituito ufficialmente il 3 ottobre come “Giornata Nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”. Il programma dei giorni dal 30 settembre al 3 ottobre a Lampedusa è davvero densissimo: spettacoli teatrali, racconti, testimonianze. Ne abbiamo fatto l’esperienza diretta. Già dal 30 settembre Voices of the Mediterranean, con un’opening in Piazza Castello, ha raccolto circa 600 ragazzi sia di scuole italiane che di vari centri europei in un susseguirsi di dibattiti, workshop e incontri che iniziavano già alle 8.30 del mattino all’IIS “E. Majorana”, con presenze importanti della società civile e della cultura.
In certi momenti, si aveva la sensazione di non riuscire a sentire tutto: troppo forte! Racconti di violenze, di torture inenarrabili, di salvataggi impossibili. I dati forniti direttamente dall’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) parlano di cifre come 30.000/35.000 morti nel mar Mediterraneo dal 2014, ma si pensa siano tanti di più in quanto molti naufragi avvengono senza superstiti, né avvistamenti di soccorso. La maggior parte dei migranti fuggono da guerre atroci, si avventurano in queste rotte della morte perché non hanno via di scampo.
Andare a Lampedusa significa poter condividere qualcosa del dolore di madri, mogli, sorelle, fratelli e padri. Questo è successo nella notte del 3 ottobre 2026 durante una commemorazione avvenuta alle 3 di notte, presenti alcuni sopravvissuti e parenti delle vittime. Abbracciare alcuni dei presenti ci è sembrato un gesto dovuto, di condivisione, di umanità. Una sorta di giustizia riparativa. Il 3 mattina, alcune partecipazioni straordinarie come quella del cardinal Matteo Zuppi, ma poi un momento di preghiera interreligiosa alla Porta d’Europa con un lancio di fiori per ricordare, per non dimenticare.
Oggi Lampedusa è un centro turistico di grandissima vitalità. Nell’ultima stagione estiva l’isola ha avuto un record di presenze che hanno portato, sapientemente, a contingentare l’affluenza alla Baia dei Conigli anche per salvaguardare la fauna (qui nidifica la tartaruga marina Caretta caretta). Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 gli sbarchi sono concentrati in moli riservati e militarizzati (come il molo Favarolo). Avviene poi, immediatamente, un trasferimento protetto.
Precedentemente, chi sbarcava aveva maggiore libertà di giungere nel centro abitato. Una volontaria che gestisce un ristorante ha raccontato di aver accolto un importante numero di migranti che aveva messo a tavola gratuitamente, avvisando in cucina che quella sera era arrivato Gesù da sfamare. Oggi gli sbarchi sono quasi quotidiani, ma i volontari riescono solo a porgere loro thè caldo e, al massimo, donare un paio di ciabatte. Poi spariscono all’Hotspot (i servizi umanitari sono affidati alla Croce Rossa Italiana in accordo con la Prefettura e il Ministero dell’Interno), da dove vengono smistati spesso nel giro di 24/48 ore.
Non solo le motovedette riescono a soccorrere chi ha necessità di aiuto in mare. Gli aiuti arrivano, talvolta, troppo tardi, e un ruolo importante è ricoperto proprio da chi presta servizio volontario, le Ong, gli uomini e donne di buona volontà che, consapevolmente, rischiano quotidianamente, ma che rispondono al richiamo della loro coscienza. Andare a Lampedusa è un’esperienza formativa importante soprattutto per i giovani, per chi vuole lavorare per un futuro migliore.
