«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20).
La Parola di Vita di questo mese è tratta dal libro dell’Esodo che racconta le condizioni sempre più disperate degli Israeliti in Egitto. Oppressi e resi schiavi, gridano al cielo chiedendo aiuto. Questo clamore raggiunge il cuore di Dio che decide di intervenire scegliendo Mosè come suo inviato. Dopo la liberazione c’è la cerimonia che suggella l’Alleanza tra Dio e Israele. Il documento che riflette questo rapporto è il cosiddetto “Codice dell’Alleanza”1 accettato da tutto il popolo2, la cui parte più nota sono i Dieci Comandamenti. Ad essi sono aggiunte altre prescrizioni e leggi di vario tipo, tutte da collegare all’evento straordinario della liberazione. La frase di questo mese proviene da questo patrimonio di norme di vita e di comportamento.
«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto».
Lo straniero fa parte delle categorie preferite e protette da Dio perché è tra i più vulnerabili, insieme al povero, all’orfano e alla vedova. La motivazione di questa norma fa appello, innanzitutto, alla memoria di quanto vissuto nella schiavitù in Egitto. L’intervento possente di Dio nell’Esodo viene ripreso costantemente nell’Antico Testamento. Si tratta di un evento che il popolo deve tenere sempre presente come qualcosa che continua a ripetersi, in modi diversi, in ogni generazione. Significativa la frase di Origene, nel suo commento al libro dell’Esodo: «Chi opprime lo straniero mostra di non aver ancora lasciato l’Egitto»3.
Questo comandamento richiama pure all’empatia: mettersi al posto degli altri aiuta a comprenderli e a capire di cosa hanno bisogno. Chi è passato per un’esperienza difficile dovrebbe trovare più facile immedesimarsi col dolore altrui. Ma nell’Antico Testamento non si tratta solo di un’esperienza umana. Il primo a dare l’esempio di cosa significa entrare nella situazione degli altri è Dio stesso.
«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto».
Come mettere in pratica questa parola di vita? Potrebbe essere utile farci qualche domanda: Ho fatto qualche volta l’esperienza di essere straniero? Mi sono sentito non accettato, non accolto, non capito, fuori posto? Cosa ho imparato da questi episodi? Chi è lo straniero per me? Chi è lo straniero per Dio? Come posso accoglierlo senza riserve, proprio come fa il Signore con noi? Cosa posso fare di concreto?
Scrive Chiara Lubich: «Con un Dio che non fa distinzione di persone come non mettersi in cuore la fratellanza universale? Figli dello stesso Padre possiamo scoprirci fratelli e sorelle di ogni uomo e donna che avviciniamo. Se dunque siamo tutti fratelli e sorelle, dobbiamo amare tutti, cominciando da chi ci è accanto, senza fermarsi. Il nostro non sarà allora un amore platonico, astratto, ma concreto, fatto di servizio. Un amore capace di andare incontro all’altro. Di avviare un dialogo, di immedesimarsi nelle sue situazioni di disagio, di assumerne i pesi, le preoccupazioni. Al punto che l’altro si senta capito e accolto nella sua diversità e libero di esprimere tutta la ricchezza che porta in sé»4.
È l’esperienza di Maryam, una giovane pakistana.
«In un locale ho visto il proprietario negare un tè a una signora anziana. Avevo solo poche rupie (la valuta locale) in tasca, ma sentivo che dovevo aiutarla, così mi sono avvicinata al titolare proponendogli di pagare io. All’inizio mi ha guardato esitante. Poi, dopo una pausa, ha sorriso e ha detto: «No, non è giusto. Se tu, una cliente, sei disposta a usare il tuo poco per prenderti cura di lei, quanto più dovrei essere generoso io, il proprietario? È più facile per me darle una tazza di tè gratis che farti pagare». È stata un’esperienza forte. Cercando di mostrare amore, prima alla signora e poi al proprietario, ho visto come un semplice gesto di gentilezza possa aprire il cuore di un’altra persona».