Giovane missionario alla mia prima missione in un Paese dell’Africa equatoriale, immaginavo che avrei annunciato dal pulpito di una chiesa Cristo ai nativi… e invece niente di tutto ciò: la missione di cui facevo parte era al servizio di una delle periferie più povere della capitale, una vera bidonville. Caldo atroce, piogge improvvise e torrenziali, malaria imperversante rendevano eroica tutta quella umanità in lotta per la sopravvivenza.
Il mio compito era passare di casa in casa (se tali si potevano chiamare certi tuguri) portando ai malati il sollievo di qualche medicina e l’Eucaristia ai pochi cristiani. Mi spostavo in bicicletta, cercando di scansare i rigagnoli maleodoranti e i mucchi di rifiuti fra i quali si aggiravano torme di bambini insieme a cani, caprette e gallinacei, ogni tanto fermato da qualche nativo per un saluto o per chiedermi qualcosa.
Non dimenticherò mai Marie, un’anziana sfigurata dall’artrite, che viveva sola in una baracca da cui poteva uscire soltanto trascinandosi sulle ginocchia. Dopo aver ascoltato la sua confessione, pregato con lei e amministrato l’Eucaristia, l’ho benedetta e stavo inforcando la mia bici quando mi sono sentito chiamare da lei, apparsa sul limitare della porta.
«Padre, non t’ho detto che l’altro giorno mi hanno rubato le pentole e la gallina, l’unica che avevo. Mi sono rimaste solo queste due uova – e così dicendo me le porse –. Prendile!».
«Ma no, Marie, tienile tu che non hai nulla da mangiare».
Insistette: «Ti dico che sono per te. Tu hai lasciato la tua terra dove stavi bene per venire qui dove manca tutto e ci sono tante malattie. Lo hai fatto perché Dio ti ha mandato a farci sapere che ci ama. Non posso dare a lui queste uova per ringraziarlo, allora le do a te».
Rimasi cosi commosso che non osai oppormi. Accettai le due uova e non sapendo dove metterle, le deposi delicatamente nel sacchetto che avevo appeso al collo con la custodia delle particole. Mai più ho portato con me il Corpo di Cristo con più devozione di quella volta.
