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In profondità > Fede e creato

Il volto del Re in tutto il creato

di Elena Pace

- Fonte: Città Nuova

E se il volto di Gesù potesse essere riconosciuto non soltanto nelle persone, ma in tutto ciò che è natura? Una riflessione sul legame tra spiritualità, amore e custodia della casa comune

Foto di Matt Palmer da Unsplash.

Nella scena finale di una serie storica coreana, un re è ossessionato da una profezia: i lineamenti del suo volto lo renderebbero inadatto al trono. Il principe ereditario, accusato dal padre di voler prendere il suo posto – perché, secondo gli esperti, è il suo volto ad essere quello di un vero re – trova allora il coraggio di rivolgersi così al padre:

«Maestà, il volto di un vero sovrano non risiede nelle linee del proprio viso. Il volto del re è il volto dei suoi sudditi. Un vero re vede il suo stesso volto riflesso nel volto del suo popolo e fa di tutto per proteggerlo».

Nel sentire questa frase ho subito associato quelle parole a quelle del Vangelo che, un giorno, quando ero in piena crisi adolescenziale, hanno cambiato il mio sguardo sul mondo: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

«L’hai fatto a me», mi ripetevo allora, cimentandomi in piccoli atti d’amore verso i miei familiari. Quei gesti mi fecero sperimentare una gioia mai provata, nonostante non ci fossero riscontri immediati da parte delle persone che beneficiavo. A conferma del fatto che, in quella gioia, c’era forse davvero qualcun altro, presente in tutti loro, che mi diceva grazie.

È una parabola, questa, come ha affermato Benedetto XVI (Angelus, 23 novembre 2008) che l’evangelista Matteo ha collocato immediatamente prima del racconto della Passione, nella quale Gesù riconosce apertamente di essere Re, pur affermando che il suo Regno non è di questo mondo.

E la Scrittura non dice «è come se l’avessi fatto a me», ma afferma: «l’avete fatto a me».  A differenza del buon sovrano della serie televisiva, il Re non è “come se” soffrisse: soffre realmente.

I santi, che non sono altro che “cristiani che si sono realizzati” come li definiva Chiara Lubich, hanno applicato questo principio alla lettera, spesso in modo radicale, anche quando erano realmente in una posizione regale, come il re Luigi IX di Francia (1214-1270) che si inginocchiava a lavare i piedi ai mendicanti – gesto che nella cultura dell’epoca era riservato ai servi.

Ed è dal suo sentire il dolore dei sudditi come proprio e riconoscere in loro il volto di Gesù che nacquero riforme concrete: l’ospedale Quinze-Vingts per i ciechi di Parigi, la promozione della presunzione di innocenza nei processi e molte altre riforme per il benessere sociale.

Ma c’è un’altra conseguenza che scaturisce dalla visione cristiana della realtà. Come ricorda la Laudato Si’:

«Una Persona della Trinità si è inserita nel cosmo creato, condividendone il destino fino alla croce. Dall’inizio del mondo, ma in modo particolare a partire dall’incarnazione, il mistero di Cristo opera in modo nascosto nell’insieme della realtà naturale, senza per questo ledere la sua autonomia» (LS 99).

E in una sintesi straordinaria, Chiara Lubich descrive così la sua comprensione di Gesù: «Gesù con la sua natura umana ha in Sé tutto: Dio e uomo e paradiso (creazione)» (Paradiso ’49 n.1388).

Mentre mi accingevo a scrivere questo articolo e riflettevo su questi temi, mi è venuto un pensiero: «Forse Gesù riterrà fatto a sé non solo quello che faccio al prossimo, ma anche a tutto il mondo vivente; di più, a tutto ciò che ha vita o la permette come l’acqua e tutto il mondo inorganico, perché ha detto di Sé: “Io sono la via, la verità e la vita”. Se è così, allora, il “l’hai fatto a me” posso estenderlo a tutto il creato».

Con questi pensieri ho interrotto il mio lavoro per partecipare al bellissimo Convegno EcoOne Meeting 2026 (identità, rete, futuro), di cui si parla in un recente articolo (che vi invito a leggere) e lì, con mia sorpresa, ho trovato fra i vari interventi una conferma autorevole alle mie riflessioni.

Infatti due ricercatori universitari argentini, Gabriel Ferrero, astrofisico e Lucas Cerviño, teologo, proposto una visione dell’universo non antropocentrica ma “vitacentrica”. La loro proposta metteva in rilievo che l’uomo pur essendo la coscienza del mondo non ne è il centro. Ma se l’uomo non è al centro, cosa vi è? E la risposta è stata: la vita, ma la vita intesa nel senso più pieno, come dinamismo di esseri che si donano, si ricevono e tendono alla comunione, in sintonia con la visione di Chiara Lubich che asseriva che: «L’uomo non è il centro del cosmo: lo è Dio» (messaggio a EcoOne del 2005).

I due autori hanno fatto riferimento anche al pensiero del celebre filosofo e teologo catalano-indiano Raimon Panikkar. Egli vede l’universo non come un insieme di livelli separati – Dio nei cieli, gli uomini sulla terra, la materia in basso – ma come un intreccio di tre dimensioni costitutive presenti in ogni realtà del cosmo: quella cosmica, quella umana e quella divina. Hanno citato, fra l’altro, anche quel passo della Laudato Si’ che è in perfetta sintonia con queste affermazioni:

«È nostra umile convinzione che il divino e l’umano si incontrino nel più piccolo dettaglio della veste senza cuciture della creazione di Dio, persino nell’ultimo granello di polvere del nostro pianeta» (LS 9).

Allora come possiamo oggi fare un ulteriore passo? Sicuramente per i cristiani si tratta di ampliare la loro prospettiva e dilatare la presenza di Gesù, che cercano di riconoscere in ogni prossimo – specialmente il più scartato – a tutto il mondo animale, vegetale e inorganico, con particolare attenzione a quello più degradato.

Perché quel “l’hai fatto a me” non conosce confini: va dal sorriso a chi mi sta vicino al sorriso sulle cose. E allora tutto ha valore. Anche separare la plastica dalla carta, lavare a mano un indumento perché duri di più, raccogliere un rifiuto disperso, non sprecare. Anche su questi gesti c’è un grazie che ci aspetta.

E il discorso vale proprio per tutti, credenti e non credenti, se si conviene sul fatto che tutta la realtà è interconnessa e che la cura del prossimo e la cura del creato sono inseparabili.

Forse è proprio questo il volto del Re che siamo chiamati a riconoscere: non solo nel volto dei poveri, ma anche in tutto il creato. Perché dove c’è vita, c’è Lui. E ogni gesto di cura – anche il più piccolo – è un gesto fatto a Lui.

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