A Venezia il documentario ha trionfato, in Israele i due registi sono stati definiti “traditori” e minacciati di aver tolta la cittadinanza. Il regime, è il caso di dirlo di Netanyahu, non perdona. Perché questa è una guerra santa, dell’Antico Testamento dove i profeti e i re facevano strage dei nemici – si veda il profeta Elia e i sacerdoti di Balaam -, dove Israele deve avere sicurezza, i palestinesi devono essere distrutti. Due Stati? Mai.
L’odio è la sorgente che anima le decisioni del governo israeliano che poi culmina nella indifferenza per le vittime. Le interviste che i registi fanno di notte sui tetti di Tel Aviv ai soldati delle forze speciali raccontano dei Naza, ossia le vittime designate a scomparire per sterminare i seguaci di Hamas. Sono cose, non persone, e non importa se siano uomini donne bambini, colpevoli o innocenti. «Ne abbiamo ucciso in 500 in poche ore», oppure «anche dieci, venti in un’ora», affermano alcuni intervistati. E poi? Nessun rimorso, si obbedisce agli ordini, ai programmi decisi con l’AI, chi ci lavora pianifica le stragi con sicurezza, è un “lavoro”. Dopo, si può tranquillamente trovarsi con gli amici, andare al bar.
Il cinismo presente in questa guerra di distruzione programmata di Gaza e della Palestina in cui volontariamente si colpiscono le persone è impressionante come l’indifferenza. «Abbiamo visto una persona ferita e l’abbiamo di nuovo bombardata». Nessuna pietà.
Sono centinaia, migliaia i neonati, i bambini, le famiglie uccise: gli intervistati non lo sanno, non ricordano, non gli interessa sapere. Ma alcuni parlano, certo sfocati nell’immagine e con una altra voce, per evitare guai. Ma parlano. Il documentario notturno in una Tel Aviv tra fiumi di macchine, luci, grattacieli come in una metropoli occidentale svela l’altro volto di Israele, quello della morte nascosta, e svela la falsità di un governo che nasconde la verità delle stragi per la propaganda politica.
Le immagini danno un senso di freddezza che fa male. È una allucinazione collettiva quella che muove le truppe speciali – gli arruolati appartengono alla classe medio-alta e l’ingresso è difficile – e li rende gradualmente dis-umani. È l’odio verso gli arabi ad alimentare la morte di Gaza (e non solo) consapevole, voluta, “necessaria” per la sopravvivenza di Israele.
Eppure qualche ex militare è scosso: «Sono stato in Polonia a vedere le vittime del nazismo. Il nazismo è il male. Ma noi, quello che stiamo facendo?», si chiede senza rispondere un intervistato. Come suonano false le celebrazioni della Shoah che i registi ci mostrano, false e tremende. Perché «questo è un genocidio», afferma un intervistato con chiarezza, senza l’ipocrisia di molti governi (il nostro compreso).
Eppure, in qualcuno (raro) un briciolo di umanità pare riemergere. «Non vorrei più rifare questa esperienza», afferma un militare. Forse qualcosa si muove. Ma la crudeltà delle immagini, la violenza e l’indifferenza urlano nel film la domanda di “pietà” e di pace. Un motivo in più per mostrare il film nelle scuole, perché i giovani si sveglino dall’oblio consumistico e gli adulti dall’individualismo. Il male è fra noi. Non possiamo nasconderci nel ghetto personale o fideistico senza prenderne coscienza ed agire. Il dolore ci scuote e ci dice, come Dio a Caino: «Dov’è tuo fratello?».
I registi hanno annunciato che film Naza sarà disponibile gratuitamente online sul sito del Guardian, che l’ha prodotto, a partire da novembre.
