Com’è la serie Cent’anni di solitudine? Bella domanda, nel senso di complicata, perché tradurre per immagini il grande libro (in tutti i sensi) di Gabriel García Márquez, non era impresa facile. E non lo è stata, diciamolo subito.
La smisurata e articolata serie Netflix – 16 lunghe puntate in due grandi blocchi rilasciati a considerevole distanza uno dall’altro (fine 2024 e agosto 2026), con l’episodio finale che è quasi un film a sé stante (quasi due ore), ci mette buona volontà, anche qualità, con passaggi considerevoli, notevoli, e certamente costruisce col testo di partenza una relazione non disfunzionale.
Al tempo stesso, però, la quantità di nomi, anni e fatti narrati, il continuo susseguirsi di eventi e di atmosfere, con voce narrante decisamente abbondante, compone una strada narrativa tanto densa e oggettivamente impegnativa da seguire, quanto pianeggiante, o meglio, con saliscendi emotivi e narrativi alla lunga sempre uguali, tra sensualità e potere, amori, lotte, interni ed esterni, alimentatori di una cadenza che − seppur pervasa da indubbia cura visiva e verbale − rimane sottilmente noiosa, vagamente soporifera, fascinosamente monotona, meravigliosamente tiepida. Unitamente al fatto intrinseco che dare immagine concreta a un testo fatto anche di immaginifica poesia sarebbe stata sfida ardua e, anche per questo, nessuno prima d’ora aveva tentato la scalata.

Una fotografia di scena della serie “Cent’anni di solitudine”, tratta dal romanzo di Gabriel García Márquez. Credit: Netflix Studios.
Alex García López e Laura Mora Ortega, la coppia di registi alla guida della tentata e − solo parzialmente − mancata impresa, hanno tenuto, anche per il grande spazio narrativo a loro disposizione, a non distanziarsi dal romanzo fiume colombiano, tutelandone la lettera senza manipolare arditamente l’essenza e le gesta dei Buendía nella loro Macondo, tantomeno hanno estromesso dal racconto le spruzzate di realismo magico presenti eccome nella penna dello scrittore Premio Nobel.
Eppure, è come se gli ingredienti li vedi ma poi nel sapore non li senti così forti. La scenografia c’è, gli attori anche, alla regia non puoi dire molto, alla scrittura non puoi rimproverare voli pindarici o avventure tra le onde del mare aperto, ma quel non scritto zampillante dal bianco e nero di certo inchiostro, quel campo semantico e poetico sorgente tra una riga e l’altro del romanzo, diventano impeccabile e impegnata, parziale proprio per questo, intraducibilità in una serie che ha comunque il merito di riassumere personaggi e cose di un testo che fa del soprannaturale un suo aspetto robusto.
È come se la letteratura, in questo caso, a differenza di un’altra serie sudamericana recente – La casa degli spiriti su Prime Video, dal romanzo di Isabel Allende, ribadisse qui la sua potenza di fronte all’immanenza delle immagini (seriali), la superiorità della penna rispetto alla macchina da presa. Nella serie cilena appena citata, dove il magico comunque c’era, la traduzione funzionava, ma ancora una volta, la sensazione è che sia dipeso, in buona parte, dal tipo di romanzo di partenza, più chiaramente storico/politico, con le vicissitudini, anche se non esplicitate col nome, del Cile del XX secolo.

Una fotografia di scena della serie “Cent’anni di solitudine”, tratta dal romanzo di Gabriel García Márquez. Credit: Netflix Studios.
Cent’anni di solitudine − la serie, deve accontentarsi del limite della pregevole e spettacolare didascalia, di un certo valore didattico mancante però delle capacità ipnotiche del romanzo di partenza, del 1967. Era forse il suo destino, non tragico, forse un pochino malinconico, al termine di una visione che alterna momenti di coinvolgimento ad altri di fatica.
