Carlo Lorenzo Filippo Giovanni Lorenzini nasce a Firenze 200 anni fa, nel 1826. Ma col suo vero nome non lo conosce nessuno. Per tutti è Collodi, lo pseudonimo che si sceglie in omaggio al piccolo borgo toscano dove era nata sua madre.
Carlo partecipa come volontario nelle campagne militari del 1848 e del 1859 durante il Risorgimento, si guadagna da vivere come giornalista, autore satirico e scrittore politico. Ma per tutte queste cose nessuno lo conosce. Per tutti è l’autore di Pinocchio. Che non è soltanto un libro per ragazzi, ma uno dei grandi classici della letteratura mondiale, tradotto in oltre 250 lingue e dialetti.
Secondo Asor Rosa, Pinocchio è insieme a Cuore uno dei due libri che hanno contribuito a formare l’immaginario dell’Italia unita. Tuttavia, mentre Cuore propone un modello pedagogico e patriottico esplicito, Pinocchio è più profondo e contraddittorio, sospeso tra realtà e fantasia. Quasi tutto il romanzo è costruito su coppie in tensione: burattino e bambino, comicità e tragedia, libertà e disciplina. Secondo Rosa, queste opposizioni costituiscono la ricchezza che fa di Pinocchio un capolavoro.
Anche il cardinale Giacomo Biffi era un grande amante di Le avventure di Pinocchio. In un’intervista riassunse la sua lettura con uno slogan provocatorio: «L’alto destino di una testa di legno». Lui considerava il libro non solo una fiaba per bambini, ma un’opera profondamente teologica, una parabola vicina alla struttura della narrazione cristiana della salvezza. Pinocchio è per lui una figura simbolica dell’uomo che trova la sua pienezza nel rapporto con il “padre”.
Quelle di Asor Rosa e di Biffi sono due letture diverse del testo di Collodi. Mentre Biffi cerca il significato nascosto dietro le avventure, Rosa vuole mostrare che proprio le avventure sono già il significato: la contraddizione, il grottesco, la povertà, il conflitto sociale. Nella storia del burattino infatti c’è traccia della biografia dell’autore, che ha vissuto l’infanzia come una prova da superare: lui era il primo di dieci fratelli di cui cinque morirono da piccoli.

Copertina di Pinocchio, Firenze, Salani, 1924. Acquerello di, Luigi Cavalieri,
ANSA/UFFICIO STAMPA
In Pinocchio è sorprendente soprattutto l’inizio e la fine del racconto. All’inizio Collodi non presenta il pezzo di legno come una materia inerte che Geppetto trasforma magicamente in essere vivente. Il legno è già vivo prima che Geppetto lo riceva. Infatti, quando Maestro Ciliegia sta per lavorarlo, sente una voce che lo supplica: «Non mi picchiare tanto forte!». Turbato da quelle parole passa il legno a Geppetto, che gli dà la forma del burattino. Ma la vita che anima il legno non viene da lui. È come se Collodi dicesse: attenzione, quello che sta per nascere non appartiene completamente a chi lo genera. Pinocchio possiede una propria anima originaria, che precede Geppetto e gli sfugge continuamente. E tutto il romanzo può essere letto come il tentativo di dare una forma umana a questa anima originaria.
E poi c’è il finale. Il romanzo, nella prima stesura, finiva con l’impiccagione di Pinocchio, e solo per le proteste dei lettori Collodi lo ampliò fino alla versione attuale. Che tutti conosciamo. Dopo molte vicissitudini, Pinocchio diventa buono: lavora, studia, è capace di dare qualcosa agli altri. La Fata Turchina, che per tutto il libro era stata la figura protettiva e quasi soprannaturale, ora è malata, sola in un ospedale, povera, fragile. Pinocchio la aiuta. Dopo di che, una mattina, svegliandosi, si accorge di non essere più un burattino, ma un ragazzo in carne e ossa. Guarda la stanza: è cambiata, Geppetto non è più povero, di fronte a lui ci sono vestiti nuovi, un portafoglio. Qui Collodi introduce un particolare significativo: Pinocchio non è stato trasformato magicamente in bambino. Nella stanza il burattino di legno rimane, lui lo vede lì, appoggiato sulla sedia, senza vita, come una sorta di ombra, di immagine del sé precedente. E dice: «Com’ero buffo, quand’ero burattino! E come sono contento di essere diventato un ragazzo per bene!» Il bambino vero nasce quando riesce a integrare qualcosa che prima gli sfuggiva: la responsabilità, la relazione con il padre, la capacità di lavorare e di uscire dall’immediatezza dei desideri. Il finale non dice semplicemente: «da cattivo sono diventato buono», ma qualcosa di più: «quello che ero è ancora lì, ma io sono cresciuto fino a diventare me stesso». È il grande messaggio di Collodi per tutti, per sempre. Quello che fa di Pinocchio un capolavoro immortale.
