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Italia > Società

Tutela della maternità, una guerra tra poveri?

di Chiara Andreola

Una lettera al Corriere ha suscitato un vivo dibattito, a partire dalle condizioni economiche del congedo di maternità

Una mamma abbraccia suo figlio. Foto di Xavier Mouton da Unsplash.

Nel dibattito sulla (scarsa) natalità in Italia è recentemente entrata la lettera inviata da una lettrice milanese, Veronica Battaglioli, al Corriere della Sera. La donna, 37enne raccontava di essere diventata mamma otto mesi fa, e di essere quindi entrata nel periodo di congedo parentale facoltativo retribuito al 30% (ricordiamo che in Italia sono previsti, per le dipendenti – le partite Iva che s’arrangino, ricevono un forfait e poi s’ingegnino per tornare al lavoro quanto prima per non perdere i clienti – cinque mesi al 100% dello stipendio, altri tre all’80%, per passare poi al 30%), e di avere così ricevuto una busta paga di 900 euro. Proponeva così, quasi a mo’ di provocazione, che chi sceglie di avere un figlio, posto il valore aggiunto che crea per la società, dovrebbe essere pagato di più, e non di meno.

La lettera ha suscitato una vivace discussione, tanto da essere diventata un vero e proprio “caso” sui social. I primi commenti hanno puntato il dito contro il fatto che si tratta comunque di una donna che riceve normalmente uno stipendio di 2700, quindi una privilegiata; una che parla dal pulpito di chi non sa nemmeno che cosa significhi arrabattarsi normalmente con un’entrata mensile di 900 euro, trovando comunque il modo anche di pensare ai figli; qualcuno ha affermato che, se quello è il suo stipendio, può benissimo pagare una baby sitter o un nido privato e tornare al lavoro; che non si può pretendere che sia lo Stato a far crescere i figli; che già sono generosi l’assegno unico e bonus vari.

Dall’altro c’è chi fa notare che a Milano 900 euro sono comunque insufficienti (secondo i dati Codacons usciti a inizio settembre è la città italiana con il costo della vita maggiore, con una spesa media pro capite di quasi 700 euro al mese solo per l’acquisto dei beni essenziali considerati dal paniere Istat, mentre il costo della vita complessivo è stimato in più del doppio); che assegno unico e bonus comunque non coprono tutte le spese che un figlio comporta; che la retta di un nido molto spesso equivale a uno stipendio, e quindi chi te lo fa fare di tornare al lavoro. Ma soprattutto la critica a questi commenti è incentrata sul fatto che il problema non è che la signora percepisca 900 euro, ma che tante altre donne in maternità percepiscano quindi molto meno, e allora bene ha fatto la lettrice a sollevare il problema: l’invidia per chi guadagna di più e la guerra tra poveri lasciamola da parte, e pensiamo piuttosto ad affrontare problemi annosi come congedi parentali troppo brevi e mal retribuiti, pochi posti negli asili nido, orari dei nidi che obbligano comunque a ricorrere ad una baby sitter perché non coprono l’intera giornata lavorativa, flessibilità negli orari e nelle modalità di lavoro che non sempre è concessa o concedibile (un’utente ironizzava sul fatto che, lavorando come commessa in un negozio, non poteva certo chiedere di fare smart working).

C’è poi stato anche chi, come Stefania Capurso sulla pagina di satira politica e sociale “La zecca buonista”, ha puntato il dito contro il fatto che la rappresentazione mediatica di queste problematiche passi troppo spesso attraverso la voce e il punto di vista di una “Milano borghese”, economicamente agiata ed istruita; alimentando la percezione di una frattura sociale, di un “noi” umiliati e offesi e senza voce contro un “loro” che si lamentano sui giornali pur essendo privilegiati, dando una rappresentazione falsata della realtà.

Sono tutte osservazioni che hanno la loro ragion d’essere. Ma se è vero che non basta dire che siamo tutti sulla stessa barca, perché anche sul Titanic i passeggeri di prima classe hanno avuto accesso alle scialuppe e quelli di terza no, è altrettanto vero che se la barca affonda la risposta non può essere rubarci i posti nelle scialuppe l’uno con l’altro, ma costruire scialuppe per tutti. Una società naufraga o sopravvive tutta insieme, perché sta in piedi anche in virtù di tutti quei beni relazionali che nessuna somma di denaro può comprare. Istruttivo in questo senso il caso denunciato a Il Gazzettino pochi giorni dopo da una donna di Montebelluna, che ha affermato di aver scelto di licenziarsi a fronte del rifiuto dell’azienda di concedere un part time di 6 ore al giorno per 3 giorni a settimana e 8 ore gli altri due, per potersi alternare con il marito nell’andare a prendere il figlio al nido: lì il nodo stava con tutta probabilità a monte, in un modello disfunzionale di relazione azienda-dipendente, ancor prima che nell’impatto economico del part-time.

È interessante, seppure riferita a tutt’altro contesto (il lascito della guerra dei Balcani a fronte della morte di Mladic), la riflessione fatta all’Associated Press da Nita Shala, ambasciatrice del Kosovo in Italia e docente universitaria. Secondo Shala, uno degli ostacoli alla riconciliazione nei Balcani è il fatto di non riuscire a concepire il fatto che gli “altri” possano piangere i propri morti, le violenze subìte, senza che questo sminuisca il fatto che “noi” piangiamo i “nostri” morti, le violenze subìte da noi. Per rendere giustizia a ciò che è stato inflitto a noi non è necessario sminuire o peggio negare ciò che è stato inflitto agli altri, come se il gioco fosse a somma zero: anzi, piangere insieme il proprio dolore può essere il punto di partenza per un percorso condiviso – concetto peraltro non nuovo, già sperimentato in realtà come le varie commissioni per la riconciliazione.

Trasportando (per quanto forzatamente) il concetto, possiamo dire che anche quando si parla di welfare familiare dobbiamo entrare in una mentalità analoga: il fatto che chi è in una posizione più privilegiata della nostra sollevi un problema, o il fatto che qualcuno sollevi un problema da cui noi non siamo toccati, non nega il nostro, ma anzi può costituire la base per portare avanti istanze più complete e condivise, mirando a risolvere le questioni spinose non per pochi ma per tutti. Di nuovo, dobbiamo uscire – in tutti gli ambiti – dall’idea del gioco a somma zero, in cui le proprie difficoltà si possono risolvere solo “passandole” ad altri: perché, guardando nello specifico alla questione genitorialità, una società in cui questa è tutelata è una società più capace di andare incontro a tutte le persone. E in cui sta meglio anche chi figli non ne ha.

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