Quando Patrick J. Deneen pubblicò Why Liberalism Failed nel gennaio 2018, Donald Trump era appena entrato alla Casa Bianca e J.D. Vance era ancora conosciuto soprattutto come l’autore di Hillbilly Elegy e non aveva certo un impianto teorico che Deneen gli avrebbe fornito.
Il libro di Deneen, infatti, sembrava destinato a essere un’opera di filosofia politica per un pubblico ristretto. È accaduto il contrario. Tradotto in oltre venti lingue, celebrato persino da Barack Obama per la capacità di descrivere la perdita di senso e di comunità nelle democrazie occidentali, è diventato uno dei testi più citati della corrente post-liberale americana.
Per capire perché, bisogna partire dall’autore. Deneen è professore di Scienze politiche alla University of Notre Dame, una delle principali università cattoliche degli Stati Uniti.
Non sorprende allora che proprio a Notre Dame, luogo nel quale ricerca accademica e identità cattolica convivono, Deneen abbia trovato il terreno ideale per sviluppare la sua critica della modernità liberale. Il problema, a suo avviso, non è semplicemente il capitalismo, tantomeno la sinistra progressista. È qualcosa di più radicale: la concezione dell’uomo sulla quale il liberalismo moderno ha costruito la propria società.
La tesi fondamentale del libro è volutamente paradossale: il liberalismo ha fallito perché ha avuto successo. Secondo Deneen, infatti, le contraddizioni delle società occidentali non sono deviazioni accidentali dal progetto liberale, ma conseguenze del suo stesso sviluppo. Il liberalismo aveva promesso libertà individuale, uguaglianza, pluralismo e prosperità. Ma, diventando sempre più coerente con la tale idea di libertà, ha prodotto concentrazione della ricchezza, omologazione culturale, isolamento sociale e un apparato statale sempre più esteso.
È qui che Deneen rovescia la tradizionale contrapposizione fra destra e sinistra. Il liberalismo economico della destra e quello culturale della sinistra, sostiene, sono due facce della stessa medaglia. Il primo libera l’individuo dai vincoli economici e tradizionali attraverso il mercato; il secondo lo libera dai vincoli sociali e culturali attraverso l’espansione dei diritti individuali. Entrambi, però, condividono l’idea che l’individuo debba essere sempre più autonomo da legami ricevuti.
È proprio questa emancipazione permanente che Deneen mette sotto accusa. Una società nella quale ogni individuo è incoraggiato a definire autonomamente la propria vita rischia di perdere contatto con quelle istituzioni – famiglia, comunità locali, associazioni, religione, tradizioni – che educano alla responsabilità e al limite. La libertà, privata di questi legami, può trasformarsi in solitudine.
Da qui deriva anche la critica all’economia liberale. Il mercato promette libertà di scelta, ma la sua espansione tende a trasformare sempre più ambiti dell’esistenza in merci.
E se la mobilità sociale per inseguire i processi economici diventa un valore assoluto, i luoghi e le comunità perdono importanza. Deneen vede in questo processo anche l’origine di una nuova aristocrazia: un’élite altamente istruita e mobile, capace di beneficiare della globalizzazione e di trasferirsi da un luogo all’altro, mentre le classi popolari rimangono esposte alle conseguenze della trasformazione economica, tema che lo salda alla critica di Vance.
Deneen critica anche la democrazia liberale: se il cittadino viene concepito soprattutto come individuo titolare di diritti e consumatore di servizi, diminuisce il senso della partecipazione alla vita comune. Con il paradosso che lo Stato liberale, nato per proteggere l’autonomia individuale, finisce per diventare sempre più pervasivo.
Come superare questa situazione? Deneen riconosce che non è possibile tornare ad un’epoca preliberale, azzerando cinque secoli di storia del liberalismo che hanno prodotto anche i risultati positivi.
La strada indicata è quella di una ricostruzione dal basso: comunità, famiglie, associazioni e istituzioni intermedie capaci di restituire alle persone responsabilità concrete e senso di appartenenza.
Deneen rivede anche il ruolo dello Stato, sempre controverso nella storia americana. Per lui anche lo Stato, in determinate circostanze, può essere utilizzato per sviluppare e proteggere il bene comune.
Il passaggio è importante anche politicamente. Il vecchio conservatore americano vedeva spesso nel governo federale un potenziale nemico della libertà. Il post-liberale, invece, si chiede quale tipo di governo sia necessario per difendere una determinata idea di società. È una differenza enorme. Significa passare dalla domanda «quanto Stato?» alla domanda «per quale bene comune deve essere utilizzato lo Stato?».
Per Deneen, dunque, il problema non è scegliere fra destra e sinistra liberale. È chiedersi se sia possibile costruire un ordine politico nel quale libertà, comunità, tradizione e bene comune tornino a stare insieme.
È la domanda che ha portato il professore cattolico di Notre Dame dal mondo apparentemente distante della filosofia politica al cuore del dibattito sulla nuova destra americana, con evidenti ricadute anche sulle agende politiche di casa nostra.
