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Cultura > Attualità

Meta, i social network e il prezzo dell’educazione

di Andrea Galluzzi

La causa patteggiata da Meta contro chi la accusava di avere progettato i suoi social network inducendo dipendenza negli adolescenti, rivela i compromessi del mondo digitale, ma non chiude le questioni di fondo.

Manifestanti davanti al tribunale di Oakland, durante il processo a Meta. Foto via Ansa/EPA/KANOA SHIM-LY

Il 26 agosto 2026, davanti a una corte federale della California, Meta ha accettato di chiudere con un patteggiamento di circa 16,7 miliardi di dollari la causa che la vedeva imputata per aver progettato Facebook e Instagram in modo da generare dipendenza nei più giovani. A muovere l’accusa erano i procuratori generali di decine di Stati americani, insieme a migliaia di famiglie. Secondo i legali, l’azienda avrebbe reso le proprie piattaforme deliberatamente persuasive, minimizzando consapevolmente i rischi psicologici sugli adolescenti e raccogliendo illecitamente dati di minori di 13 anni senza il consenso dei genitori. Il processo intendeva fare luce su aspetti cruciali dei servizi forniti da Meta, riguardanti non soltanto il modo di gestire la fragilità degli utenti, ma di giudicare un’architettura tecnica ed economica pensata per produrre proprio quell’effetto.

Meta da parte sua ha cercato di giustificarsi respingendo le accuse, accettando però di apportare trasformazioni radicali alle sue piattaforme entro pochi mesi, in modo da ridurne i rischi. L’accordo ha evitato a Meta uno dei processi più delicati mai affrontati nel settore tech, ma non chiude la questione di fondo: che rapporto vogliamo avere, come società, con tecnologie pensate – prima ancora che per informare o connettere – per trattenere la nostra attenzione il più a lungo possibile?

Non è la prima volta che l’azienda di Mark Zuckerberg cerca di sciogliere questo nodo. Già nel 2021 le rivelazioni dell’ex dipendente Frances Haugen, raccolte dal Wall Street Journal nei cosiddetti “Facebook Files”, avevano mostrato che l’azienda conosceva da tempo gli effetti collaterali – talvolta gravi, soprattutto fra i giovanissimi – innescati dalle dinamiche che i suoi stessi algoritmi contribuivano a diffondere. Fu proprio in risposta a quello scandalo che Facebook si riorganizzò in “Meta” e, l’anno successivo, pubblicò il suo primo rapporto sui diritti umani, promettendo maggiore attenzione alla protezione dei minori. Quel gesto sembrò più un tentativo di recupero reputazionale che una vera correzione di rotta, tanto che la stessa Meta appariva consapevole dei limiti di quelle tutele, pur presentandole pubblicamente come strumenti per il benessere degli adolescenti. Già allora si capiva che quei correttivi, da soli, non potevano risolvere il problema e si reclamava la necessità di un impegno educativo più ampio.

Il paradosso è che la stessa energia spesa nel farsi carico delle proprie responsabilità sociali, Meta l’ha investita, in parallelo, nell’espandere il proprio impero, muovendosi verso una maggiore automazione dei suoi processi interni, a discapito della supervisione umana. Nel gennaio 2025, ad esempio, l’azienda ha abbandonato il fact-checking professionale (la verifica delle notizie da parte di esperti di settore) a favore di un modello di moderazione affidato alla “saggezza della folla”, dove la community valuta e vota a maggioranza, in nome di una libertà d’espressione meno filtrata ma anche meno presidiata. Una mossa solo apparentemente distante dal tema della dipendenza, perché anch’essa racconta di una piattaforma che tende a lasciare sempre più margine di manovra a dei meccanismi automatici di coinvolgimento e sempre meno a specifici correttivi esterni. La tentazione di affidare a un dispositivo tecnico un problema che è prima di tutto culturale ed educativo rivela le intenzioni di un’azienda orientata a generare profitti senza necessariamente sposare una vera causa sociale.

È qui che la vicenda giudiziaria tocca una questione che va oltre la cronaca aziendale. Per capire il problema dobbiamo immaginare i social network come parte di un involucro mediale fatto di dispositivi, dati e processi immateriali che avvolgono ognuno di noi. L’azione di questo “guscio tecnologico” può amplificare le possibilità dell’individuo, ma al tempo stesso rischia di chiuderlo in una bolla di autosufficienza [1]. Se la logica algoritmica che governa questo involucro non si limita a registrare le nostre preferenze e a soddisfarle, ma tende a espanderle e rinforzarle, il rischio è la perdita di contatto con la realtà, fino alla sua distorsione. Da qui il manifestarsi di fenomeni polarizzanti e dipendenze, che però non emergono come effetto collaterale imprevisto, ma come esito strutturale di sistemi tecnico-economici costruiti per massimizzare i profitti derivati dal tempo trascorso dagli utenti dentro la bolla digitale.

Nel caso di Meta, il fatto di avere interpretato la dipendenza dai social solo in termini clinici individuali è sembrato corrispondere al tentativo di far perdere di vista l’idea alla base della loro progettazione. Il patteggiamento di 16,7 miliardi di dollari non contribuirà a fare luce su questo aspetto, ma è comunque un segnale importante: per la prima volta un colosso del web paga un prezzo economico misurabile per il modo in cui ha trattato l’attenzione e la salute mentale dei più giovani. Ma un risarcimento, per quanto ingente, non basta. I tentativi di proteggere i minori dalle insidie del mondo digitale portano con sé altre ambiguità, sollevando a loro volta interrogativi non banali sul confine tra tutela e sorveglianza, oltre che sul rispetto della privacy e delle libertà digitali. La vera posta in gioco non è solo regolare meglio le piattaforme, ma recuperare collettivamente e individualmente la capacità di orientare queste tecnologie verso un uso realmente umanizzante, prima che siano loro a orientare noi.

[1] A. Galluzzi, Il sé e il noi attraverso il guscio tecnologico. Convergenze e divergenze nelle mediazioni tra umano e digitale, in I. Gatti (ed.), Togetherness. Media & Communication for Peace, Cidade Nova, São Paulo, 2025, pp. 43-52). Disponibile al download gratuito: https://www.amazon.com/Togetherness-Media-Communication-Peace-Italian-ebook/dp/B0G7TX4X8Z

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