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Persona e famiglia > Salute

Usa: è allarme morbillo. Kennedy fa dietrofront e invita a vaccinarsi

di Chiara Andreola

Negli Stati Uniti si sono registrati altri due morti per morbillo. L’ultimo episodio in un crescendo di scetticismo, soprattutto istituzionale, verso i vaccini

Il presidente Usa Donald Trump firma l’ordine esecutivo con le nuove raccomandazioni sui vaccini. Alle sue spalle, il segretario alla Salute Robert F. Kennedy. 10 agosto 2026, foto via Ansa/EPA/BONNIE CASH / POOL

La notizia è del 25 agosto, e in un certo senso non giunge a sorpresa: in Pennsylvania, negli Usa, si sono registrati due morti per morbillo (i primi di quest’anno nel Paese, e i primi nello Stato della Pennsylvania da 35 anni). Tenendo conto che nel 2026 si è verificato un numero record di contagli del Paese – sono già circa 2.700 e in crescita, più dei 2.200 dell’intero 2025 quando ci furono 3 morti in Texas -, e che il tasso di letalità del morbillo dei Paesi industrializzati è di circa 1 decesso ogni 1000 casi, era né più né meno di ciò che ci si poteva aspettare dai numeri. Né sorprende il fatto che i decessi si siano verificati in una contea dove il tasso di vaccinazione per il morbillo è all’85%, al di sotto del 95% considerato la soglia per arginare la diffusione della malattia (negli interi Usa è al 92%).

Fin qui, dunque, i numeri; ma a suscitare una riflessione, nonché la relativa polemica, è il contesto in cui questi numeri si collocano. Al ministero della Salute statunitense siede infatti Robert F. Kennedy, noto per le sue posizioni quantomeno scettiche nei confronti dei vaccini, e per aver promosso studi sul già più volte smentito legame tra questi e l’autismo; posizioni peraltro in linea con quelle espresse anche dal presidente Trump. Per quanto sarebbe errato imputare esclusivamente a loro il calo della copertura vaccinale negli Usa, che ha cause più remote e complesse che risalgono a prima dell’elezione di Trump e della nomina di Kennedy, indubbiamente gli ultimi due anni hanno visto una significativa accelerazione della “retorica del dubbio”. E poco è servito il fatto che, a inizio agosto, Kennedy stesso abbia rilasciato una dichiarazione in cui ritornava sui suoi passi invitando i genitori a vaccinare i propri figli contro il morbillo, di fronte all’aumento dei contagi.

Pochi giorni dopo, infatti, il presidente Trump – con lo stesso Kennedy al suo fianco – ha firmato le nuove raccomandazioni per il calendario vaccinale negli Usa (peraltro criticate dagli addetti ai lavori per le credenziali non proprio cristalline dei consulenti che hanno contribuito a realizzarle, trattandosi in buona parte di medici o persone con formazione in campo sanitario ma non specificatamente in questa materia). Le vaccinazioni raccomandate – e quindi obbligatorie per l’iscrizione nelle scuole pubbliche, per quanto esista un’ampia gamma di esenzioni variabile da Stato a Stato – sono scese da 18 a 11; mentre sono state “declassate” a vaccinazioni raccomandate solo per soggetti a rischio quelle per il Covid, epatite A e B, rotavirus, RSV e meningococco (nei suoi vari ceppi).

La novità che però ha fatto più scalpore è stata la raccomandazione di somministrare separatamente le tre componenti del vaccino trivalente (morbillo, parotite e rosolia): una decisione che, hanno fatto notare diverse associazioni di medici, non ha alcuna base scientifica – piuttosto il contrario: un vaccino unico riduce le sedute vaccinali necessarie e consente di diminuire il numero totale di antigeni somministrati, con conseguente minor rischio di effetti avversi, già documentato dopo anni di utilizzo. Non solo: poiché da anni non vengono più utilizzati e quindi nemmeno prodotti i tre vaccini separatamente, le aziende farmaceutiche dovranno rimetterne in moto la produzione, con conseguenti costi – ovviamente scaricati poi a valle su chi quei vaccini li acquista, e che ne acquisterà tre invece che uno (inutile specificare che produrre un singolo vaccino trivalente costa meno della somma dei tre vaccini singoli). Se l’attuale amministrazione americana ha sempre fatto della lotta a “Big Pharma” e al “business dei vaccini” una delle sue bandiere, questo appare quindi come un clamoroso passo nella direzione opposta – e ovviamente le più o meno documentate illazioni sulla volontà di ingraziarsi le case farmaceutiche e di potenziali conflitti di interesse si sono sprecate.

Non solo: una tale raccomandazione ha il potenziale per peggiorare ulteriormente la situazione già critica in quanto a contagi. Per quanto infatti non venga in alcun modo vietato l’utilizzo del vaccino trivalente già disponibile, è ragionevole credere che i genitori si sentano – comprensibilmente e legittimamente, trattandosi di un messaggio che arriva dal presidente e dal ministero della Salute – spinti a preferire le tre dosi separate: che non si sa attualmente né se né quando saranno disponibili, e anche se lo fossero implicheranno tempi più lunghi di immunizzazione a causa del lasso di tempo minimo che deve trascorrere tra una dose e l’altra. Tralasciamo poi il fatto che, per chi già cercava una “scappatoia” per non immunizzare i figli o comunque era esitante, ora l’occasione viene servita su un piatto d’argento. Anche sui social, dove esistono diversi gruppi in cui i genitori si confrontano sui vaccini, si notano diverse discussioni in cui è palpabile il disorientamento – come se già discussioni di questo genere sui social non fossero sufficientemente confusionarie.

Tutti ritardi che fanno il gioco del morbillo, che ha una velocità di contagio particolarmente elevata – ricordate il famoso indice RT che abbiamo imparato a conoscere ai tempi del Covid, e che sta ad indicare quante persone può contagiare una singola persona infetta? Quello del morbillo è tra i più elevati ad oggi noti, tra 12 e 18. Per avere un termine di paragone, quello dell’influenza sta tra 1 e 2, e quello del Covid tra 2 e 4. Dilettanti, insomma.

Già, ma a noi, dall’altra parte dell’Oceano, cosa interessa? Tenendo conto che gli Stati Uniti sono a rischio di perdita dello status di “Paese libero da morbillo” se i contagi proseguiranno a questo ritmo nel 2026, significa che dovremo confrontarci con un Paese in cui la circolazione di questo virus è endemica; e tenendo conto della grande quantità di persone che viaggiano tra Usa e Europa, ciò significa che se anche qui la percentuale di copertura è sotto il 95% saremo esposti alla circolazione del virus. Stando ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia siamo attorno all’85% di bambini che all’età di 6 anni, età in cui è prevista la seconda dose, ha completato il ciclo vaccinale; mentre per la prima dose, che però conferisce una protezione più bassa, siamo al 94%. Una situazione quindi che può ancora offrire delle “sacche” per la circolazione del virus, specie nelle aree in cui questa copertura è più bassa (ricordiamoci che si tratta di un dato medio, che nasconde le differenze territoriali: in Toscana ad esempio si supera il 97% di cicli vaccinali completati).

Non si tratta, quindi, soltanto di una scelta individuale; ma di una scelta di salute pubblica, perché le ricadute negative dei contagi si riversano sull’intera comunità in termini di costi sanitari e sociali – compresa la mancata protezione di bambini troppo piccoli per vaccinarsi o persone che per qualche ragione non possono ricevere il vaccino o non vi rispondono.

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