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Mondo > Per non dimenticare

Hiroshima 81 anni dopo, fra riarmo e ricordo dei coreani

di Roberto Catalano

Il Giappone si sta armando per far fronte alle diverse tensioni regionali con la Cina per Taiwan, con la Corea del Nord e con la Russia. Ma in occasione dell’81° anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, la premier Sanae Takaichi ci ha tenuto a ribadire: «Mi impegno a fare tutto quanto è in mio potere per realizzare un mondo senza armi nucleari e una pace duratura».

Sanae Takaichi commemora l’81° anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (ANSA EPA/JIJI PRESS)

All’inizio di agosto sono arrivati segni contrastanti sulla questione del riarmo tanto paventato da parte del Giappone. Il cinque agosto, infatti, l’Ansa ha comunicato la notizia e le immagini del lancio dalla nave da guerra giapponese Chokai, di un missile da crociera a lungo raggio Tomahawk. Si tratta, come è noto, di un’arma di costruzione statunitense che riesce a colpire bersagli fino a 1.600 Km. di distanza. Il test, avvenuto nell’Oceano Pacifico, era stato portato a termine da alcuni giorni – il 29 luglio per la precisione – e ha messo in agitazione vari ambienti a livello mondiale, come ulteriore conferma di un allontanamento progressivo del Paese del Sol Levante dal pacifismo che aveva caratterizzato per decenni la sua politica.

Immediate le reazioni dei Paesi che sono considerati la causa di questa nuova politica nipponica. Fra questi, la Corea del Nord ha immediatamente accusato Tokyo di essere impegnato in una “trasformazione in uno stato di guerra”. Il 6 agosto ricorreva inoltre l’81° anniversario dell’esplosione della prima bomba atomica, quella che distrusse Hiroshima. In quell’occasione, la premier giapponese, Sanae Takaichi si è affrettata a ribadire l’impegno del suo Paese contro la proliferazione nucleare, affermando testualmente: «Mi impegno a fare tutto quanto è in mio potere per realizzare un mondo senza armi nucleari e una pace duratura». Dunque, segni contrastanti?

Per comprendere la complessità della situazione è necessario rendersi conto che Tokyo è da tempo assai preoccupata dalla situazione in Estremo Oriente, a causa soprattutto, ma non solo, della questione Taiwan: Xi Jin Ping ha più volte affermato – e dato per scontato – che l’isola è parte della grande Cina e, dunque, tornerà a farne parte a tutti gli effetti. Inoltre, per l’arcipelago giapponese non mancano tensioni con la vicina Corea del Nord e con la Russia. Di fronte a questo scenario, da tempo il Giappone si è avviato su una strada che pare aver abbandonato la politica seguita per decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale: il Giappone pacifista, anche se certamente non disarmato.

Affermare, infatti, che oggi il Giappone si stia riarmando farebbe pensare che dopo la fine, disastrosa per il Giappone, della Seconda Guerra Mondiale, il Paese fosse completamente disarmato. La situazione, nei decenni scorsi, è stata ben diversa. È vero che causa della sua precedente guerra di aggressione, il Giappone del dopoguerra limitò le sue forze armate alla difesa delle principali isole giapponesi. Inoltre, non avendo mai posseduto la capacità di colpire obiettivi a lungo raggio in paesi stranieri, non aveva un comando congiunto. Le Forze di Autodifesa Giapponesi (Sdf), pur dipendendo dagli Stati Uniti per la difesa fondamentale e per le forniture di armi e intelligence, erano però ben organizzate ed efficenti sotto molti aspetti. Questo quanto afferma, a commento di quanto accaduto recentemente, Richard Fontaine, Chief executive officer presso il Centro per la nuova Sicurezza Americana.

Fontaine nel suo intervento sottolinea tuttavia come, da un’altra prospettiva, negli anni Cinquanta del secolo scorso, Tokyo spendesse per la difesa una percentuale maggiore del suo Pil rispetto a quanto spenda oggi. Inoltre, verso la fine degli anni Ottanta, soprattutto per via di una valuta – lo yen – particolarmente forte, il Giappone, per un breve periodo, aveva vantato il terzo budget mondiale per la difesa. All’inizio degli anni Novanta, le Forze terrestri giapponesi erano circa un quinto più grandi di quelle attuali e possedevano quasi il doppio dei carri armati che hanno oggi. Dunque, un Paese tutt’altro che disarmato, ma, allo stesso tempo e senza dubbio, sempre chiaramente schierato contro il nucleare.

La svolta, è avvenuta nel 2022, quando il governo di Tokyo si trovò ad affrontare una notevole escalation di minacce attorno all’arcipelago giapponese. Oltre alla situazione di Taiwan e alle minacce nordcoreane, l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 allarmò i leader politici nipponici che ritennero che l’annessione russa di un territorio sovrano sarebbe stata possibile non solo in Europa, ma, in futuro, anche in Asia. Da qui, si è accelerata l’escalation verso una difesa più sicura, che per il Giappone rappresenta un’evoluzione nel diritto alla difesa, senza tuttavia voler arrivare a un vero e proprio riarmo.

La situazione è ulteriormente complicata dalla politica imprevedibile e altalenante dell’attuale presidenza americana che oscilla, per altro come in altri ambiti, tra l’elogio della premier Sanae Takaichi e la critica al Giappone di aver sfruttato per anni gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha imposto dazi al Giappone e ha chiesto un aumento della sua spesa per la difesa, oltre alla pretesa di chiarire il suo ruolo in un’eventuale crisi a Taiwan. Dopo che Takaichi lo ha fatto pubblicamente, la Cina ha reagito con una serie di misure punitive che hanno suscitato perlopiù il silenzio di Washington. Ovviamente, si comprende come una difesa più consistente e un esercito più potente servano soprattutto a tutelarsi, sia dalle crescenti minacce regionali sia dalla possibilità di incostanza da parte degli Stati Uniti. Il controllo della politica interna di Takaichi ha permesso al Partito Liberal Democratico di spingere la propria politica di difesa. E lo sta facendo rapidamente.

Questa situazione, si è incrociata con la commemorazione per l’atomica di Hiroshima, che quest’anno, come nel 2025, ha visto anche un ricordo specifico per gli hibakusha – il termine giapponese per indicare i sopravvissuti all’atomica – coreani. Migliaia di coreani, durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, erano stati infatti deportati per lavorare nell’arcipelago nipponico, ovviando alla mancanza di manodopera a causa della guerra. Molti di loro si trovavano, nell’agosto 1945, proprio a Hiroshima e Nagasaki, città importanti per la produzione e stoccaggio degli armamenti, e tantissimi perirono nel disastro atomico. Per decenni nessuno li ha menzionati o ricordati. Ovviamente, non si è mai saputo quante fossero le vittime coreane: gli archivi andarono distrutti e i cognomi coreani erano, comunque, stati nipponizzati. Stanno crescendo le pressioni per far luce anche su questa dolorosissima questione destinata a creare polemiche e disagi piuttosto imbarazzanti sia al Giappone che agli Stati Uniti. Nei prossimi mesi, infatti, si aprirà un tribunale internazionale per esaminare la questione, 80 anni dopo l’accadimento.

Moniti significativi in un momento in cui la “terza guerra mondiale a pezzi”, come l’aveva definita papa Francesco, sembra riunire le schegge in un panorama bellico sempre più globale.

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