La storia è ormai discretamente circolata su web. Siamo a Pradamano, periferia sud di Udine. Tre ragazzini, desiderosi di comprare un vecchio glorioso motorino Ciao con i propri risparmi – peraltro con lungimiranza, dato che non tutti hanno ancora l’età per guidarlo – decidono di aprire un banchetto di limonata casalingo, all’americana. Ogni mattina – riferiscono – si svegliano alle cinque per spremere i limoni e preparare anche caffè e biscotti, da offrire agli avventori – in questa stagione, in campagna, non è insolito avere movimento di gente in strada già alle sei del mattino. Gli affari procedono, ma – almeno stando alla versione trapelata sui media locali – un cittadino presenta un esposto alla polizia locale; che, a questo punto, non può far altro che applicare la normativa e far rimuovere il chiosco in quanto non dotato di autorizzazione alla somministrazione di cibo e bevande.
Fin qui, i fatti. È quello che è successo dopo ad aver fatto rumore. Secondo quanto riferito dal Messaggero Veneto, lo stesso sindaco e la stessa polizia locale si sono detti estremamente dispiaciuti di aver dovuto intervenire, e disponibili ad aiutare i ragazzi a trovare un’altra modalità per proseguire la propria raccolta fondi – foss’anche tramite crowdfunding. A fronte del clamore suscitato, peraltro, il Comune ha anche diramato un comunicato stampa in cui forniva la propria versione ufficiale dei fatti; precisando che non èstato comminato alcun genere di sanzione né ci sono denunce pendenti a carico dei ragazzi o delle loro famiglie, ma che tutto si è risolto con un semplice chiarimento tra di loro e la polizia locale sul perché quel banchetto non poteva star lì.
I ragazzi hanno fatto sapere a stretto giro, sempre attraverso le pagine del quotidiano locale, di non volere donazioni – hanno infatti ricevuto immediatamente diverse offerte, che avrebbero permesso probabilmente di raggiungere senza sforzo la cifra necessaria -, ma un modo per guadagnarsi i soldi: cosa che ha ulteriormente messo in chiaro il loro desiderio di indipendenza.
Il caso poi ha avuto immensa eco sui social in tutta Italia, con oltre 2 milioni di visualizzazioni solo del primo articolo sull’argomento, chiamate alla redazione del Messaggero Veneto che per primo ha raccontato la storia, offerte di aiuto o di donazioni di motorini di seconda mano. Ma soprattutto commenti su come questi ragazzi, in un’epoca in cui i loro coetanei sono spesso tacciati di pigrizia davanti ad uno smartphone e di chiedere soldi ai genitori senza preoccuparsi di guadagnarli, dovrebbero essere considerati un esempio e incoraggiati invece che bloccati da un cittadino eccessivamente zelante; e su come dovrebbero esistere, anche a livello legale, modi diversi di gestire situazioni come questa, sia sotto il profilo igienico-sanitario che fiscale, ipotizzando finanche la finanza che si presenta a casa dei ragazzini per chiedere conto di quanto ricavato. I social, insomma, si sono in questo caso dimostrati amplificatori della solidarietà, più che del leonismo da tastiera.
Si sono fatte sentire anche diverse personalità politiche della Regione – il presidente Fedriga ha affermato che incontrerà i ragazzi – e Confcommercio, il cui presidente udinese, Giovanni Da Pozzo ha affermato in una nota a lode dello spirito imprenditoriale dei giovanissimi che «sarebbe bello che, accanto alle regole, ci fosse la capacità di riconoscere quando davanti abbiamo tre ragazzi che stanno semplicemente imparando una delle lezioni più importanti della vita: che per ottenere qualcosa che desideri puoi anche lavorare, impegnarti e provare a guadagnartelo. E viene spontaneo chiedersi – aggiunge – se tutta questa severità venga applicata con la stessa attenzione anche altrove. […] Senza voler commentare le persone che hanno fatto partire questa vicenda, una cosa però la possiamo dire: forse le energie dedicate a fermare tre ragazzi con un banchetto potrebbero essere accompagnate da altrettanta determinazione nel contrastare chi opera abusivamente per davvero».
Alla fine, comunque, i motorini sono arrivati: d’accordo con i genitori dei ragazzi, due collezionisti – uno aostano e un altro friulano – hanno infatti spedito i bolidi a Pradamano, come regalo. Una scelta che possiamo immaginare dettata anche dal desiderio di “chiudere la questione”, e togliere pressione mediatica dai tre giovanissimi.
La questione rimane comunque ancora aperta, così come le domande che pone; in particolar modo su come valorizzare l’intraprendenza dei giovanissimi, facendo andare la cosa a braccetto con norme che – pur pensate con le migliori intenzioni, come nel caso dell’evidente necessità di garantire l’igiene di cibi e bevande – finiscono per “tarpare le ali”. Si sono in questi giorni sprecati i commenti sia di figure come pedagogisti ed educatori, che hanno sottolineato il valore dell’incentivare l’indipendenza dei ragazzi (ma anche del farlo all’interno di regole chiare di cui far capire il valore), che di politici e imprenditori, che hanno espresso se loro considerazioni sui lacci e lacciuoli della burocrazia e sul sostegno all’imprenditoria giovanile.
Insomma, un banchetto di limonata ha messo il Paese a nudo davanti ad alcune sue contraddizioni, stretto tra legalità pedissequa – applicata però magari con due e pesi e due misure -, buonsenso ed educazione dei giovani.
Inciso: anche negli Usa, storicamente patria dei banchetti delle limonate, i giovanissimi non sono esenti da disavventure analoghe. La materia è infatti normata in maniera diversa da Stato a Stato, e se in alcuni la cosa è liberamente consentita purché si tratti di attività occasionali per autofinanziamento e vengano rispettati requisiti igienici minimi, altri adottano un approccio più restrittivo. Insomma, vita dura per i giovanissimi imprenditori.
