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Italia > Società

Azzardo di Stato a 180 miliardi, cronaca di un’emergenza negata

di Daniela Capitanucci, Rolando De Luca

- Fonte: Città Nuova

L’impennata dei consumi nei primi mesi del 2026 fa presagire un nuovo record della raccolta per il settore del gambling grazie ad una narrazione falsata della realtà. Una bomba sociale sommersa

Propaganda pro azzardo ANSA/ CIRO FUSCO

C’è una domanda iniziale che dovremmo porci: perché temi come i bassi stipendi, l’immigrazione, la sicurezza e la sanità sono al centro del dibattito pubblico quotidiano, mentre il tema del gioco d’azzardo, che nel 2026 raggiungerà la cifra straordinaria di 180 miliardi di euro di raccolta annui, diventando il primo comparto in Italia per giro d’affari e utili, resta quasi completamente ai margini dell’informazione e della discussione politica?

L’evidenza scientifica

Parlare di gioco d’azzardo in Italia ed essere credibili, non attaccati dai poteri forti che governano il settore, non è facile. Ci viene in soccorso, per fortuna, la serietà di studi ed istituti di ricerca esteri.

La Commissione di Salute Pubblica di The Lancet, ad esempio, negli ultimi anni ha espresso una serie di considerazioni scientificamente fondate sul gioco d’azzardo. Rilevano come il gioco d’azzardo commerciale sia un settore in rapida crescita a livello globale, che sta diventando sempre più digitale. Sottolineano che i danni alla salute e al benessere derivanti dal gioco d’azzardo sono più consistenti di quanto si pensasse in precedenza e vanno oltre il disturbo da gioco d’azzardo, includendo un’ampia gamma di danni che colpiscono molte persone oltre ai giocatori d’azzardo.

Evidenziano che l’evoluzione del settore del gioco d’azzardo si trova a un punto cruciale; un’azione decisa ora può prevenire o mitigare danni diffusi alla salute e al benessere della popolazione in futuro, e che finora, a livello globale, i governi hanno prestato scarsa attenzione ai danni del gioco d’azzardo e non hanno fatto abbastanza per prevenirli o mitigarli. Indicano infine come siano ora necessari controlli normativi e politici più rigorosi, incentrati sulla prevenzione dei danni e sulla tutela della salute e del benessere pubblico, indipendenti dall’industria o da altre influenze.

Una narrazione prevalente ma infondata

La narrativa dominante è un aspetto centrale, utilizzata per smontare la percezione pubblica dell’emergenza azzardo nel nostro Paese. Per tutelare i propri interessi, gli stakeholder [portatori di interesse, ndr] dell’ecosistema del gioco d’azzardo commerciale adottano una serie di strategie, molte delle quali simili a quelle utilizzate da altri settori che vendono prodotti potenzialmente assuefacenti o dannosi per la salute.

Per plasmare la percezione del pubblico e delle autorità, e mentre esercitano pressioni dirette sui decisori politici per promuovere i propri interessi commerciali, l’industria descrive il gioco d’azzardo come un intrattenimento innocuo e sottolinea i benefici economici (incluse le entrate fiscali) e le opportunità di lavoro che offre. L’industria del gioco d’azzardo sottolinea in particolare i benefici sociali che derivano quando una parte dei profitti del gioco d’azzardo viene utilizzata per finanziare istruzione, servizi sanitari o altre cause sociali meritevoli. Secondo le narrative del settore, la responsabilità dei danni causati dal gioco d’azzardo è attribuita agli individui, in particolare a coloro che sono considerati coinvolti in un gioco d’azzardo problematico, il che distoglie l’attenzione dalla condotta aziendale.

L’industria del gioco d’azzardo esercita anche una notevole influenza sulla ricerca sul gioco d’azzardo e sui danni che ne derivano, il che le consente di mantenere il controllo sulla struttura e sui messaggi che circondano queste tematiche. I messaggi del settore hanno influenzato in modo sostanziale le politiche e la regolamentazione del gioco d’azzardo.

Non ci si salva da soli

La maggior parte delle soluzioni politiche ai danni del gioco d’azzardo si basa sul concetto di responsabilità individuale. Fornire servizi di supporto, trattamenti e tutele alle persone a rischio è, ovviamente, importante. Migliorare ulteriormente questi rimedi e rendere ampiamente disponibili i supporti protettivi rimane una priorità. Tuttavia, inquadrare il problema in questo modo e concentrare l’attenzione delle politiche su un piccolo sottoinsieme di persone che giocano d’azzardo distoglie l’attenzione dalle pratiche del settore e dal comportamento delle aziende. Inoltre la narrazione pubblica, gradita alle lobby, distribuendo il volume complessivo dell’azzardo sull’intera popolazione, depotenzia e normalizza l’entità del disastro, producendo l’impressione che si tratti di un comportamento diffuso ma moderato, del tutto tollerabile e niente affatto critico.

Per quanto riguarda l’Italia, dicevamo che nel 2026 ci si attende un fatturato dell’azzardo di Stato stimato in 180 miliardi di euro: questo dato non ha bisogno di ulteriori commenti e, tra persone di buon senso, chiuderebbe qualsiasi distinguo o discussione. Anche perché, di anno in anno, dall’inizio del nuovo millennio abbiamo assistito ad un progressivo incremento della raccolta. Basti pensare che nel 2004 essa raggiungeva “solo” la (già ragguardevole) cifra di 25 miliardi di euro.

In realtà, la raccolta (il giocato) e la spesa (le perdite) non sono spalmate in modo uniforme, ma derivano perlopiù dai giocatori costanti e non da quelli occasionali. Stando ai dati epidemiologici forniti dall’Istituto Superiore di Sanità (2018), sono 4.900.000 i giocatori che dunque contribuirebbero al fatturato dell’industria dell’azzardo legale, fatturato che nel 2025 è stato di più di 164 miliardi di euro: pro-capite, ciò equivale a 33.592 € annui e 2.799 € al mese per ciascun giocatore!

Ma chi davvero può permettersi di giocare tali cifre? Crediamo ben pochi italiani. Dunque, questi giocatori immersi nell’azzardo, che contribuiscono prevalentemente all’economia di questo sistema, arriveranno nel giro di pochi anni al collasso economico, personale e familiare. Perché chi gioca soldi e tempo che non può permettersi di perdere o di contenere entro i limiti delle proprie disponibilità produrrà certamente dei danni a sé stesso e agli altri.

Un danno incalcolabile

Daria Ukhova, nel descrivere i danni del gioco d’azzardo, ne mette a fuoco la natura, a carico degli individui, famiglie e comunità: perdite finanziarie e perdita del lavoro, relazioni interrotte, impatti negativi sulla salute mentale e fisica, criminalità, aumento del rischio di suicidio e violenza domestica, segnalando come una sostanziale parte del danno è subita da quegli individui che non soddisfano i criteri clinici per il disturbo del gioco d’azzardo. In altre parole, molti danni derivano già dai comportamenti di giocatori non ancora patologici, ma che giocano d’azzardo in modo costante e non occasionale, cosa che rende necessario esaminare l’effetto del gioco d’azzardo sull’intero spettro dei consumi per avere contezza della reale dimensione dell’impatto (e non solo sui giocatori con disturbo).

Infine, viene ricordato come i danni siano avvertiti non solo dalla persona che gioca, ma anche dalla sua famiglia e dai suoi amici, e da chiunque sia in una qualche forma di relazione con chi gioca d’azzardo. Non c’è bisogno di avere legami affettivi per essere travolti dalle conseguenze dell’azzardo di qualcun altro.

Le richieste di aiuto che arrivano ai servizi pubblici, al privato sociale e al privato in genere rappresentano soltanto la fase finale del processo. Esse emergono quasi sempre quando il giocatore e la famiglia si trovano già in una condizione di collasso economico, relazionale o psicologico. Di conseguenza, osserviamo solo la punta dell’iceberg, mentre la grande massa dei giocatori patologici e abituali che alimenta il sistema rimane invisibile. Questa invisibilità genera una forma di cecità sociale, la stessa che si produce nelle famiglie (cecità familiare), che porta a chiedere aiuto solo quando la situazione è completamente fuori controllo.

In Italia, si diceva, i giocatori patologici sono stimati in circa un milione e mezzo. In una comunità di poche migliaia di abitanti (un paese o un quartiere di città), ciò significa che il fenomeno si diluisce fino a diventare socialmente invisibile (ad esempio 50 persone nascoste tra tremila). Il fenomeno non viene quindi percepito dal corpo sociale come rilevante.

I casi che collassano ogni anno (cinque persone su tremila) vengono interpretati come episodi individuali, senza cogliere il processo cumulativo che, nel tempo, produce danni sempre più estesi. Secondo questa lettura, le strategie tradizionali di prevenzione e del cosiddetto “gioco responsabile” non modificano l’andamento generale del fenomeno. La crescita costante del volume dell’azzardo legale di Stato suggerisce che tali interventi non incidano sulle dinamiche profonde che alimentano il mercato. Ne consegue lo sviluppo e il potenziamento di una narrazione collettiva normalizzante.

I concessionari dell’azzardo di Stato, le istituzioni, i governi di qualunque orientamento politico (centro, destra, sinistra, tecnici), le organizzazioni sociali, il terzo settore, i servizi e persino la Chiesa finiscono per descrivere il fenomeno attraverso categorie che non mettono realmente in discussione il suo funzionamento economico e sociale. Pur con linguaggi e posizioni differenti, tutti contribuiscono a rappresentare l’azzardo come un problema gestibile attraverso interventi limitati, piuttosto che come un sistema economico che cresce grazie all’intensificazione dell’offerta e al “massacro” dei giocatori patologici e delle loro famiglie. Un gioco delle parti perfetto.

In questa prospettiva, il vero problema non è soltanto l’esistenza dell’azzardo, ma la sua normalizzazione culturale. La società vede i casi estremi ma non vede il processo che li produce; coglie i collassi individuali ma non il meccanismo collettivo che li genera; discute di prevenzione e cura ma raramente, o mai, mette al centro il ruolo strutturale che il gioco d’azzardo ha assunto nell’economia e nelle politiche pubbliche.

Un serio pericolo per la democrazia

La questione centrale diventa allora non come “gestire” i danni prodotti dall’azzardo (non si può contemporaneamente produrre e spacciare cocaina e, allo stesso tempo, gestire le comunità terapeutiche), ma come rendere visibile ciò che oggi rimane nascosto: la concentrazione delle perdite in un numero relativamente limitato di persone (in particolare, i giocatori patologici e le loro famiglie), il ricambio continuo dei giocatori patologici e la crescente normalizzazione sociale di un fenomeno che, nonostante il giro d’affari di centosettanta miliardi annui, continua ad espandersi.

Va aggiunto che questa è una tesi interpretativa, ma fondata sull’esperienza di trent’anni di lavoro sul campo. Alcune affermazioni — ad esempio la quota esatta delle perdite attribuite ai giocatori patologici o il numero reale di persone che alimentano la maggior parte del mercato — richiederebbero ulteriori verifiche empiriche e studi che le istituzioni raramente si impegnano a produrre. Ma il nucleo dell’argomentazione è chiaro: la distanza tra la narrazione pubblica dell’azzardo e ciò che si osserva dopo trent’anni di lavoro clinico con i giocatori e le famiglie è radicale. E non potrebbe essere altrimenti. Le istituzioni sono come i bari: finché non vengono scoperti, appaiono perfettamente equilibrati e corretti; solo quando emergono i meccanismi che li sostengono si rivela la struttura reale. Al di là della retorica istituzionale, il livello di investimento in prevenzione e cura è talmente ridotto rispetto alle entrate generate dall’azzardo (quasi dodici miliardi di entrate annue a fronte di pochi milioni di spesa) da suggerire che il contenimento del fenomeno non possa e non debba essere realmente messo in discussione.

L’azzardo di Stato non è soltanto un problema sanitario, ma anche una questione che interroga la qualità della nostra democrazia. Le istituzioni dichiarano di voler prevenire e contrastare i danni dell’azzardo, ma il fenomeno continua a crescere e le risorse destinate a prevenzione e cura restano una quota minima rispetto alle entrate generate dal settore. Perlopiù, concentrandosi sui giocatori, piuttosto che sulle vittime collaterali del sistema.

Non dimentichiamo i minori che vivono situazioni di deprivazione costante dei loro bisogni essenziali, quando loro malgrado sono costretti a vivere in una di quei quasi 5 milioni di famiglie in cui l’azzardo è di casa. Per questo il punto centrale non sono le parole, ma i fatti. Una democrazia si misura dalla coerenza tra principi proclamati e scelte concrete. Quando esiste una distanza tra la tutela dichiarata dei cittadini e le politiche effettivamente adottate, diventa legittimo interrogarsi sul grado reale di applicazione dei valori costituzionali. La questione dell’azzardo in Italia pone quindi una domanda più ampia: quanto le decisioni pubbliche sono orientate alla protezione delle persone e quanto, invece, alla gestione e alla normalizzazione del fenomeno? Con esiti che, dopo trent’anni, possono essere definiti fallimentari, umilianti, socialmente devastanti e profondamente lesivi della dignità di milioni di persone e delle loro famiglie.

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