Un recente libro dello storico Sergio Tanzarella riporta in copertina una rara foto di don Lorenzo Milani ritratto con alcuni amici appoggiati sul cofano di una Fiat Cinquecento impolverata, con lo slogan Abbasso tutte le guerre scritto sul finestrino. È questo il titolo del testo scelto dal professore di Storia della Chiesa per la riedizione delle lettere che il priore di Barbiana scrisse ai cappellani militari, che avevano offeso gli obiettori di coscienza alla coscrizione obbligatoria, e poi ai giudici investiti del processo penale che si concluse con la condanna inflitta al sacerdote per il reato di apologia e incitamento alla diserzione e alla disobbedienza civile. La pena non fu scontata perché nel frattempo un male inguaribile mise fine a quella voce che continua ad inquietarci. Tanzarella ha ricostruito il contesto storico e culturale di quelle missive che hanno formato intere generazioni all’obbedienza della propria coscienza.
Ho assistito recentemente alla presentazione del libro “sovversivo” che si è tenuta a Roma presso l’Università Gregoriana dove Tanzarella insegna. Assieme all’ascolto di alcuni brani, che hanno preso vita grazie all’intensa lettura dell’attrice Adonella Monaco, è stato significativo ascoltare nel dibattito accademico le eccezioni possibili alla contrarietà verso “tutte” le guerre da parte di due docenti dell’Università pontificia chiamati al dibattito: il sacerdote Rocco D’Ambrosio, fondatore anche di una scuola di politica, e il gesuita maltese Renè Micallef. Anche se sembra superato il concetto di guerra giusta perché usato in maniera strumentale per giustificare qualsiasi conflitto armato, resta sempre in piedi il ricorso alla legittima difesa non solo sul piano personale ma collettivo.
Non sorprende perciò il fatto che il noto teologo Vito Mancuso abbia riproposto la sua già nota posizione, espressa in polemica con papa Francesco, sull’uso necessario, in certi casi, della forza militare e quindi sulla giustificazione della guerra in occasione della pubblicazione organica, a cura di Alessandro Banfi, dei testi recenti di papa Leone XIV sulla pace disarmata e disarmante.
Strage inutile
Anche nel 1917 al grido di Benedetto XV sulla inutile strage risposero importanti predicatori delle chiese nazionali per affermare esplicitamente: «Non vogliamo la vostra pace, santità!». Quell’invito a fermare “il genocidio dell’Europa” fu visto con sospetto e disprezzo, soprattutto dai governanti italiani, come un invito alla resa e alla diserzione motivato da simpatie austriache presenti nella Santa Sede contro il compimento glorioso del Risorgimento.
Oggi le tesi del teologo ben accetto dal mondo liberale e progressista sono condivise anche da alcuni in ambito ecclesiale, senza per questo aderire alle interpretazioni di Mancuso sulla resurrezione di Gesù.
Una scappatoia per depotenziare la resistenza di Francesco e ora di Leone davanti al precipitare ineluttabile verso la guerra globale, è quella di considerare le loro prese di posizione come espressioni innocue esortative di carattere morale e di natura profetica. Estranee, quindi, al mondo reale e della politica.
In effetti papa Prevost ha criticato duramente le scelte di Trump sulle guerre in atto e sulla politica migratoria, ma ha affermato che non parla da politico. In uno dei suoi colloqui del martedì con i giornalisti che si tengono a Castel Gandolfo, dopo aver espresso la contrarietà all’attacco sferrato dagli Usa, di concerto con Israele, contro l’Iran, Leone XIV ha chiamato i cittadini statunitensi ad una presa di responsabilità in prima persona facendo pressione sui deputati del Congresso per manifestare il proprio dissenso.
Esiste quindi una distinzione chiara tra il giudizio e il discernimento ecclesiale sulla realtà e l’azione politica dei cattolici nelle formazioni sociali in cui ognuno sceglie di impegnarsi.
Così è stato spiazzante il discorso fatto dal papa all’università La Sapienza di Roma in cui ha criticato il riarmo europeo («nell’ultimo anno la crescita della spesa militare è stata enorme») affermando letteralmente: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».
Il riarmo come unica via
La questione centrale riguarda dunque la trasformazione dell’economia in assetto di guerra teorizzata e messa in pratica dei vertici della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. Scelte politiche concrete che trovano la loro conferma e legittimazione anche in certe interpretazioni teologiche. Alla tesi di Mancuso ha risposto ad esempio il lucido giornalista novantenne Raniero La Valle, mentre su Avvenire sono intervenuti, tra gli altri, Massimo Borghesi e Giovanni Scarafile, docenti di Filosofia morale rispettivamente a Perugia e Pisa. Alla base di ogni atto politico esiste sempre una radice di pensiero che lo alimenta e sostiene.
Ma il dibattito culturale non può esimersi dall’affrontare la vera questione, che riguarda l’esistenza o meno di una linea politica alternativa a quella espressa da von der Leyen e dall’apparato ideologico ed economico che la sostiene.
Esiste, infatti, un vuoto tra certe enunciazioni morali riprese sui social e la loro declinazione concreta. Ha creato, ad esempio, un certo clamore l’invettiva del cardinale di Napoli Battaglia contro la pistola personalizzata offerta in dono ai rappresentanti dei Paesi della NATO che hanno partecipato al summit di Ankara di inizio luglio 2026. Ma a che serve indignarsi per un regalo coerente con un vertice dell’Alleanza atlantica, che si è rivelato un grande mercato delle armi? Come evidenziato su cittanuova.it, l’Italia ha stretti rapporti nel campo dell’industria bellica con il Paese governato da Erdogan. Esiste una posizione politica seriamente intenzionata a mettere in discussione questo assetto di potere? Oppure come diceva Giorgio La Pira preferiamo affidarci alla «magra potestà delle prediche» invece di agire sulle leve economiche e finanziarie?
Senza questa determinazione a dirottare la linea strategica prevalente che vuole trasformare l’Europa in un porcospino d’acciaio indigeribile per l’invasore russo, si arriva alla tesi espressa coerentemente da Nathalie Tocci su L’Economist sulla necessità per l’Europa non solo di continuare a fornire armi all’Ucraina, ma anche di «mettere truppe sul campo» su quel territorio, «prima di un ipotetico cessate il fuoco», perché «potrebbe recare beneficio all’Europa, incoraggiando i cittadini a sviluppare un’attitudine mentale che li preparerebbe meglio alla guerra».
Uccidere e farsi ammazzare
La rappresentante dell’influente Istituto Affari internazionali pone una questione di sicuro interesse per i teologi e gli esperti di morale che si può condensare in una domanda: posto che la guerra può essere giustificata e che il riarmo europeo è necessario per la difesa dall’invasore esterno, come si può negare la chiamata alle armi che porta a dover uccidere e morire in battaglia?
L’esercito ucraino viene infatti indicato come esempio di un sacrificio eroico nella tutela dell’Europa assediata. L’invito a prendere le armi insieme agli ucraini non è un’ipotesi astratta perché l’escalation è dietro l’angolo e sui tavoli degli Stati maggiori si fanno simulazioni sul punto geografico di eventuale sfondamento. E quando questo accadrà non ci sarà molto tempo per decidere e fare obiezioni davanti ad eventi difficili da verificare nella loro esattezza.
Se il giudizio morale sulla guerra è perciò molto chiaro da parte del papa e di alcuni cardinali e vescovi, appare evidente la mancanza di una linea politica condivisa dei cristiani in politica, assieme all’incapacità di contrastate l’esito preannunciato della deriva bellica.
Nel 1917 Benedetto XV non mise di certo in discussione l’esistenza della guerra giusta e neanche autorizzò la disobbedienza dei sudditi alle autorità che mandarono i soldati a scannarsi nelle trincee, ma si rivolse ai “capi delle nazioni” per cercare di fermare una strage orrenda e per di più “inutile”. Appello rigettato con l’eccezione tardiva dell’imperatore Carlo d’Asburgo, ostacolato dal suo apparato militare alla ricerca spasmodica della vittoria.
Oggi l’appello del papa è rivolto sempre alle nazioni, come si può riscontrare nel discorso di inizio 2026 al corpo diplomatico, ma è destinato ad incidere sulla coscienza personale aperta a quella disobbedienza espressa dalle lettere di don Milani che restano perciò sempre più “divisive” dopo che Mancuso ha rilanciato la sua tesi citando i documenti ufficiali della Chiesa per giungere, come ha già fatto il vicepresidente Usa Vance, a citare Agostino per censurare il papa che è agostiniano fin nel midollo.
Alcune domande essenziali sulla guerra
La questione è seria perché arriva durante il “generale estate” in cui, mentre le persone comuni vogliono evadere dalla realtà, rischiano di verificarsi eventi dagli esiti incontrollabili come avvenne il 28 luglio del 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Impero austroungarico alla Serbia.
Per essere pronti, entrando nel concreto, senza perdersi nella discussione retorica della guerra giusta, occorre porsi alcune domande precise.
Esiste una linea politica alternativa a quella espressa da von der Leyen e da tanti “volenterosi” capi di stato pronti a schierare le truppe in battaglia, come ha dichiarato Macron nel suo discorso del 14 luglio?
Quale è, senza troppi distinguo, la posizione prevalente sulla guerra in tante università cattoliche comprese quelle pontificie? Esistono attualmente guerre che è giusto e legittimo combattere invitando i giovani, e non solo, ad arruolarsi? L’Ue, da parte sua, ha già deciso di negare, a partire da marzo 2027, lo status di rifugiato agli ucraini non in regola con il servizio di leva.
E, infine, se come affermano concordi il ministro della Difesa Crosetto e il capo di stato maggiore Masiello, il nuovo concetto di difesa ha bisogno non solo di militari ma anche di filosofi, esistono ricercatrici e ricercatori, docenti ed esperti disposti a sostenere nei fatti un’economia libera dalla guerra?
La Cattolica di Milano negli anni ’80 promosse un centro studi economici dedicato al disarmo e alla conversione industriale, ma i finanziamenti durarono poco e furono rimpiazzati brevemente dal contributo volontario dei lavoratori obiettori di coscienza alla produzione bellica. Testimoni sconosciuti di obbedienza costituzionale. È possibile, uscendo dalle astrazioni, riprendere da qualche parte quel percorso interrotto?
