Il cagnolino della mia amica Edna non riesce ad uscire in queste giornate estive. Fa troppo caldo, gli si scottano le zampette. Del resto, l’asfalto è più che bollente. Accumulando calore, arriva a toccare anche i 65 gradi, diventando molliccio. Anche quest’estate è accaduto a Roma, Palermo e anche a Bologna. Domenica 19 luglio era una delle giornate più calde, tanto che l’Ausl, l’azienda sanitaria bolognese aveva raccomandato di fare attenzione. Nella tarda mattinata, quando il caldo era più intenso, su quella sorta di piastra a cielo aperto, nel quartiere Pilastro, si è ritrovato sdraiato con tre agenti addosso Abderrahim Fakir, 42 anni.

Combo di tre immagini dell’intervento di poliziotti e sanitari su Abderrahim Fakir, Bologna il 19 luglio 2026. Foto Ansa
Vicino a loro, alcuni operatori del 118. L’intervento è durato una cinquantina di minuti e si è concluso con la morte, sul selciato, di Abderrahim. La magistratura farà luce su quanto è successo, ma la sua morte ci interroga sul valore della vita, sull’empatia e sulla pietà umana di fronte alle fragilità e alle richieste di aiuto. C’è poi il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per duplice omicidio volontario, tentato omicidio e porto abusivo di armi. La pena è stata molto ridotta, grazie alle attenuanti. Non era legittima difesa, per i giudici di tre gradi di giudizio. Essere vittime non dà il diritto di trasformarsi in carnefici. Può accadere, ma allora bisogna assumersene la responsabilità.
Il valore dello Stato di diritto
Gli antichi romani ci hanno trasmesso il valore di uno Stato di diritto. Alla vendetta personale sanguinaria e alla legge del taglione – “occhio per occhio, dente per dente” – preferirono il diritto penale e i processi. Lo Stato si sostituiva al singolo, lo tutelava e puniva il colpevole. Ascoltando molti interventi politici degli ultimi giorni, anche di esponenti della maggioranza, viene da chiedersi se il governo abbia deciso di arrendersi di fronte alla criminalità, abdicando ai propri doveri e demandando ai cittadini la propria autodifesa, come avveniva nelle prime fasi dell’impero romano.

Le salme dei due rapinatori uccisi e i carabinieri sul luogo della rapina alla gioielleria di Mario Roggero a Grinzane Cavour, Cuneo, 28 aprile 2021. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
Eppure noi crediamo fortemente nello Stato, che deve garantire i diritti di tutti i suoi cittadini e non può legittimare l’omicidio né la legge della giungla. E crediamo nei suoi operatori: nelle forze dell’ordine e negli operatori sanitari. Sono lavori difficili: la popolazione lo sa. Secondo l’Istat, i cittadini ripongono enorme fiducia in loro. Tutti possiamo commettere un errore. In determinate professioni, tuttavia, bisogna essere consapevoli che uno sbaglio può costare una vita. C’è bisogno di responsabilità, ponderatezza e verità. Anche in politica. Solo per fare un esempio: le nostre leggi – e immaginiamo che le forze politiche lo sappiano bene – non consentono ai condannati di candidarsi. Per un like si può rischiare di perdere la fiducia dei cittadini, se dovessero sentirsi presi in giro?
“Basta, aiuto”: la morte a Bologna di Abderrahim Fakir
I poliziotti erano stati chiamati dai residenti perché Abderrahim Fakir, titolare di una impresa di facchinaggio, stava urlando per strada. Non era armato, non era violento, ma non si calmava. Quando sono arrivati, gli agenti hanno provato a parlargli, ma lui era in stato di alterazione e avrebbe provato ad aggredirli. A quel punto gli agenti gli hanno spruzzato dello spray urticante sul viso e lo hanno bloccato al suolo, pancia a terra, sull’asfalto. Sono arrivati anche gli operatori del 118, che assistevano mentre l’uomo gridava: “Basta, aiuto”. Poco dopo Abderrahim Fakir è morto.

Unmomento del presidio promosso da collettivi, associazioni e realtà sociali per chiedere “verità e giustizia” sulla morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto a Bologna durante un fermo di polizia. Napoli, 21 luglio 2026. ANSA/CIRO FUSCO
Il diritto di vendicarsi? Il caso del gioielliere piemontese
Sul valore della vita fa riflettere anche il caso di Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour. Nel 2021 fu vittima di una rapina. I malviventi entrarono nel negozio e picchiarono e bloccarono la moglie e la figlia con un coltello e una pistola (poi risultata finta). Alle urla delle donne, Roggero era arrivato dal retrobottega, si era scontrato con i malviventi, ma sotto la minaccia delle armi aveva aperto la cassaforte. Usciti i rapinatori, Roggero aveva preso la pistola, li aveva inseguiti per strada e ne aveva uccisi due, prendendone uno a calci mentre era per terra. Il terzo malvivente era stato ferito. Al processo, il gioielliere aveva invocato la legittima difesa, ma i due omicidi erano avvenuti fuori dal negozio – in assenza, dunque, di un pericolo imminente. Perciò, è stato definitivamente condannato a 14 anni e 9 mesi di prigione.

L’ex capo della polizia Franco Gabrielli. Torino 17 maggio 2026 ANSA/TINO ROMANO
L’ex capo della polizia Gabrielli: Attenzione alla preparazione degli agenti
L’allarme lo aveva dato da mesi. Lo scorso aprile, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli aveva dichiarato all’Ansa che: «Oggi le scuole di polizia non riescono a sopportare il carico di uscite, anzi purtroppo si rincorre la necessità di arruolamento restringendo il periodo di formazione, forse anche questo dovrebbe interessare e preoccupare i cittadini, a fronte di una realtà sempre più complessa che richiederebbe professionisti della sicurezza, rischiamo di mandare in strada ragazzi e ragazze non adeguatamente preparati… Continuare a dire “arruoliamo-arruoliamo” è una contraddizione in termini».
E in effetti, a pagina 12 delle “linee guida per la gestione delle persone non collaborative” del 2026 (leggi qui il documento del Dipartimento della Pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno) si legge: «Non va prolungata la posizione di decubito prono (a pancia in giù, ndr) e la compressione del torace, per i rischi che possono procurarsi al sistema cardiaco e agli organi respiratori: il fermato, una volta messo in sicurezza, laddove fosse necessario, nell’attesa dell’intervento di personale sanitario, dovrà essere posto in posizione di decubito laterale».
Viene ripetuta poi una raccomandazione presente in altre parti del documento: «il contenimento fisico del soggetto dovrà essere limitato al tempo necessario e mantenuto per il minor tempo possibile». Per il legale della famiglia di Fakir, Fabio Anselmi, «Non è bastato Aldrovandi, non è bastato Magherini. Quella posizione – ha detto a Radio Popolare – uccide».

Yossra Fakir, nipote del 42enne morto durante un’operazione di polizia al Pilastro, interviene alla manifestazione in piazza del Nettuno a Bologna, 20 luglio 2026. ANSA/MAX CAVALLARI
Non vendetta, ma verità: la richiesta della famiglia di Fakir
Nel corso di una manifestazione pubblica voluta dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, (alla quale sono seguite inaccettabili violenze da parte di una frangia di manifestanti) è intervenuta la nipote di Fakir, Yossra. «Sono qui a nome della mia famiglia – ha detto – con un dolore che è difficile anche solo raccontare, ma con la forza di chi non vuole che una vita venga dimenticata. Abderrahim non era un caso di cronaca: era una persona, con dei sentimenti e con delle persone che lo amavano profondamente. Era una persona che meritava ascolto, rispetto e dignità. La cosa più difficile da accettare è pensare che in un momento di sofferenza e fragilità, quando una persona chiede aiuto, qualcuno possa non essere riuscito a proteggerla. E oggi noi chiediamo risposte. Chiediamo che venga fatta piena luce su ogni momento di questa vicenda. Chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme: quella di proteggere le persone, soprattutto quelle più vulnerabili…».
«Noi – ha aggiunto Yossra – non siamo qui per chiedere odio. Non siamo qui per chiedere vendetta. Siamo qui per chiedere verità, giustizia e rispetto… Mio zio non era un numero, non era una notizia, non era un caso. Era una vita. Era una persona amata. E qualcuno oggi ha deciso di portarmelo via. Noi continueremo a chiedere verità per lui. Per Abderrahim. Per la nostra famiglia. Perché nessun’altra persona debba mai vivere quello che lui ha vissuto».
