Originaria dell’Eurasia e altamente invasiva, la Salsola tragus è una pianta annuale a forma di cespuglio arrotondato, quasi una palla di rami aggrovigliati che possono raggiungere ciascuno la lunghezza di un metro e le cui foglie presentano alle estremità spine così appuntite da richiedere l’uso di guanti protettivi. Man mano che i frutti maturano, la Salsola inizia a morire, si secca e diventa fragile. È allora che, in caso di vento forte, la base dello stelo si rompe e, rotolando, il cespuglio si dà a imprevedibili vagabondaggi, durante i quali va disperdendo un numero enorme di semi: perfino 200 mila! Di qui l’altro nome attribuito alla pianta: Rotolacampo.
Capace di sopravvivere in condizioni di estrema siccità per la sua elevata tolleranza alla salinità, si riproduce rapidamente anche con quantità minime di umidità e può competere con successo con molte piante autoctone di ambienti come spiagge marine, praterie, deserti o regioni semiaride. Ne consegue che ora occupa un’ampia varietà di habitat in tutto il mondo, dal Nordamerica all’America centrale e meridionale, dall’Africa meridionale all’Australia. Altamente infiammabile quando è completamente secco, sotto l’azione del vento il Rotolacampo diventa facile propagatore di incendi. Enormi grovigli fiammeggianti di questo cespuglio, attraversando pianure aperte e aride, possono danneggiare o distruggere le stesse strutture erette dall’uomo.
Coriaceo com’è e poco appetibile dagli animali (tranne in primavera allo spuntare delle prime tenere foglie), con la sua presenza in natura il Rotolacampo sembra costituire più che altro un problema…spinoso. Eppure può darci qualche utile suggerimento. Per esempio, ci ricorda che i momenti di transizione e apparente precarietà (il viaggio senza radici) possono trasformarsi nel periodo di massima diffusione del proprio potenziale e delle proprie idee; che abbandonare le resistenze rigide di fronte agli imprevisti della vita, ovvero “fluire” con gli eventi, permette di viaggiare più lontano e con meno sofferenza rispetto a chi fatica ad adattarsi ai cambiamenti.
Deve averlo intuito anche Dario Voltolini, autore di racconti, romanzi, radiodrammi, testi di canzoni e libretti per il teatro musicale, che a questo bizzarro vegetale ha dedicato Il cespuglio, edito da Àboca. Qui lo stesso Rotolacampo si racconta, osserva e riflette mentre tra tempeste e bombe d’acqua vola, cade, rimbalza…dal deserto del Mojave all’isola del Giglio, dalle aspre rocce del Carso a Creta. Fino a perdersi nelle spire di un ciclone. Viaggiatore senza radici, si presenta così al lettore: «Quando volo mi muovo secondo un’altra forza che non è il vento, anzi l’aria mi passa dentro, alle volte con qualche sibilo sognante, uno zufolare cantato […] E quando tocco di nuovo terra faccio qualche elastico rimbalzo come mi permette la mia struttura embricata e libera, lasciando a ogni salto per terra decine di discendenti sparati qua e là…».
Qualche considerazione finale dopo questo racconto fantasy: nella morte del cespuglio secco e spinoso e nel suo viaggio di semina a largo raggio vedrei un richiamo al sacrificio di Cristo e alla spinta evangelizzatrice dei cristiani ad opera dello Spirito Santo (il vento) nella diffusione di un messaggio le cui radici non sono terrene. Anche papa Leone, nel suo recente pellegrinaggio apostolico in Spagna, ha proposto la metafora di un viaggio in cui si può restare ossessionati da ciò che si lascia senza aprirsi, «nella docilità allo Spirito, alla novità di ciò che troviamo»; senza «dimenticare qualcosa che impariamo dalle vicissitudini di tanti migranti: una sola persona, senza radici e senza risorse, è qualcuno che soffre terribilmente e che con grande difficoltà riesce a stabilire legami solidi nel luogo in cui arriva».
