Il 16 luglio 1949 Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, siede accanto a Igino Giordani, politico e giornalista, su una panchina rossa a Tonadico, in provincia di Trento. Lui è appena uscito da una conferenza, lei è appena uscita dalla chiesetta. Sono di fronte a un torrente. È estate, le montagne sono tutt’attorno, splendide. E Chiara chiede a Giordani: «Sai dove siamo?». Una domanda quasi imbarazzante. Il saggio politico e scrittore avrebbe potuto rispondere: beh, è ovvio, siamo a Tonadico seduti su una panchina rossa di fronte al torrente in un giorno d’estate. Ma Chiara non intendeva quello.

Voleva fare aprire gli occhi anche a lui sulla straordinaria esperienza mistica che aveva appena avuto nella chiesetta. Esperienza poi chiamata Paradiso ‘49, e che la accompagnerà per diverso tempo.
È singolare che Lubich non gli abbia chiesto: «Sai che cosa mi è capitato?» oppure: «Sai dove sono stata e che cosa ho visto?». Ma gli chiese: «Sai dove siamo?». Usa siamo: il verbo essere al presente, e alla prima persona plurale. Quella che lei aveva avuto non era dunque un’esperienza seppur stupenda, ma una realtà che le si era stampata dentro l’anima, come un marchio a fuoco. E non era sua, ma voleva che si stampasse anche in quella di Giordani. La domanda «Sai dove siamo?» è così profonda, così luminosa, che credo dovremmo farcela tante volte nel corso della vita. Quando si è in un letto d’ospedale, quando il dolore è forte e fa male dovunque, quando si è soli in una RSA, o si è soli e la vita appare una brutta scalata in solitaria, o si è soli in una situazione matrimoniale devastata, o soli in una situazione economica terribile, o con problemi gravi con i figli, o si è soli e carichi di rancore verso gli altri e la vita, o si è depressi e si vede tutto painted in black, dipinto di nero, come cantava Mick Jagger.
«Sai dove siamo?». In un letto d’ospedale? Solo nella mia casa? Sì, si potrebbe anche rispondere così, come si sarebbe potuto rispondere: siamo a Tonadico seduti su una panchina rossa di fronte al torrente in un giorno d’estate. Ma questa risposta, pur evidente, pur oggettiva, non è la più vera. C’è un’altra realtà oltre a quella palpabile, una realtà più autentica, che Chiara Lubich chiama “l’Increato”. Lì possiamo posare lo sguardo, lì possiamo dimorare. E vedere le cose da tutta un’altra angolazione. Lì c’è la verità e la sorgente dell’amore. Possiamo allora accorgerci che questa realtà è più forte dell’io – io soffro, io sono solo, io sono depresso – perché si radica nel noi: fili invisibili che ci legano gli uni agli altri. E se le cose non cambiano – se rimane il letto d’ospedale o il matrimonio devastato, come rimane la panchina rossa – tutto cambia. Si vede e si vive in modo diverso, nella claritas, nella luce. È un’esperienza meravigliosa, ma alla portata di tutti. Ci vuole solo il coraggio e l’intelligenza di porsi la domanda che la Lubich aveva posto a Giordani: «Sai dove siamo?».
