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In profondità > Chiesa

Usa: giovani preti in cerca di un porto sicuro

di Matteo Pota

- Fonte: Città Nuova

I giovani sacerdoti cattolici americani sono sempre più conservatori. Il clero statunitense si trova in un momento di profonda spaccatura culturale tra generazioni. L’impressione è però che sia possibile comprendersi raccontandosi le proprie storie e non soltanto le proprie posizioni

Cattedrale di San Patrizio, New York (ph Pixabay)

Secondo il National Study of Catholic Priests, pubblicato nel 2025 dalla Catholic University of America (Cua) in partnership con Gallup, su 1.164 sacerdoti attivi, il cambiamento è netto. Lo spostamento è iniziato attorno al 1980 e da allora è proseguito con costanza, indipendentemente da chi ci fosse alla Casa Bianca o in Vaticano.

Sul piano politico, tra i sacerdoti ordinati negli Stati Uniti prima del 1975 il 61% si definiva liberal o molto liberal, e appena il 15% conservatore. Tra quelli ordinati dal 2010 in poi, il rapporto si è quasi ribaltato: il 51% si dichiara conservatore o molto conservatore, e solo un decimo si definisce ancora liberal. Sul piano teologico il divario è ancora più marcato. Oltre il 70% dei sacerdoti ordinati dal 2010 in poi si descrive come “conservatore/ortodosso” o “molto conservatore/ortodosso”, contro una quota minima tra i sacerdoti più anziani, cresciuti negli anni dei cambiamenti post-conciliari. Gli autori dello studio parlano di un rovesciamento quasi completo negli equilibri interni al clero Usa nell’arco di circa 50 anni.

Ma cosa significa “conservatore” in pratica? I giovani sacerdoti hanno specifiche priorità pastorali. Il 39% dei sacerdoti più giovani indica la Messa tradizionale in latino come priorità pastorale, contro il 20% e l’11% delle generazioni più anziane. Cresce nettamente l’importanza della devozione eucaristica tra i giovani preti. Il sostegno alla sinodalità è basso (29%) e non ha attecchito tra i sacerdoti più giovani. Sul ruolo delle donne: il 76% dei preti ordinati prima del 1980 riteneva che le donne avessero “troppo poca influenza” nella Chiesa; tra quelli ordinati dal 2000 in poi, solo il 31% è d’accordo con questa affermazione.

La conversazione più illuminante alla quale ho assistito riguardo a questo fenomeno mi è capitata, quasi per caso, partecipando ad un piccolo gruppo di condivisione in una conferenza incentrata sul tema della polarizzazione nella Chiesa americana. Dopo aver ascoltato una presentazione sulla sinodalità ci era stato chiesto di conversarne con i nostri vicini di posto. Mi sono trovato in un gruppo con un vescovo e un seminarista. Il vescovo, sulla sessantina, ha raccontato di come era cresciuto in una famiglia cattolica di solidi principi e del suo profondo entusiasmo riguardo al percorso sinodale perché questo lo stava aprendo alle sorprese dello Spirito Santo e ad una più intima unione con Dio. Il seminarista, nel pieno dei suoi 20 anni, era molto più cauto. Ricordo bene le sue parole: «Sono cresciuto in una società dove tutto è fluido e niente è certo, adesso sono alla ricerca di qualcosa di solido su cui basare la mia fede. Non sono contro il cammino sinodale, ma alla fine sono più interessato a sapere se sto servendo la Chiesa nel modo giusto».

Le due narrazioni non potevano essere più diverse: da un lato il vescovo dalle solide convinzioni pronto a salpare per un’avventura di fede in mare aperto, e dall’altro il seminarista alla ricerca di un porto sicuro dove gettare l’ancora nel mezzo di un mare in tempesta. Mi chiedo se tanti giovani americani che si avvicinano al sacerdozio oggi non vengano da una traiettoria simile a quella del giovane seminarista che ho incontrato. C’è anche da interrogarsi su come si evolverà la Chiesa americana nei prossimi anni quando gli attuali giovani seminaristi e sacerdoti della Generazione Z inizieranno a ricoprire ruoli di responsabilità.

Tornando al mio piccolo gruppo di condivisione, una cosa l’ho imparata di sicuro quel giorno: per potersi comprendere, anche tra generazioni, bisogna raccontarsi le proprie storie e non soltanto le proprie posizioni. Sarebbe stato facile bollare il vescovo come “progressista” e il seminarista come “conservatore”. Ma le loro storie erano molto più complesse e multidimensionali di una serie di risposte a un questionario. Nel profondo, sono entrambe storie di fede e ricerca, anche se con esigenze profondamente diverse. Il clero americano non è condannato ad una spaccatura generazionale e ha l’opportunità di rimanere unito se riserverà spazi per ascoltare queste storie.

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